Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

lunedì 9 marzo 2009

Piancavallo riarrangiato

Complice la festa di sabato sera per i primi cinquant'anni di Fabrizio, domenica mattina siamo tutti un po' svogliati: nonostante nel bagagliaio ci sia il necessario per tutto, dalla falesia all'Everest la prima direzione che prendiamo è quella che porta verso il bar in piazza per un cappuccino e.. per aspettare Roberto e Lucilla!Che fare? Ormai sono le otto passate... il pericolo valanghe è grado quattro.. in quota non è il caso né l'ora di andare.
Quindi?
Gita da pensionati alle malghe di Piancavallo!E da pensionati è anche il ritmo che ha il viaggio in auto verso la nostra metà: sarà che davanti c'è la guidaalpina-maestrod'alpinismo-espertointuttoeanchedipiù Luigino, che al volante fa addormentare il nostro pilota Bepi.Comunque sia arriviamo a destinazione e subito, appena partiti la nostra guida (e c'è chi si chiede come mai è con noi) ci dice che abbiamo sbagliato strada, che la via delle malghe corre più in basso rispetto a noi... e noi continuiamo diritti!E il sentiero è quello giusto! Santa Pazienza aiutaci tu!!
Iniziamo il nostro giretto alternativo, abbandonando e riprendendo la pista battuta per salire i cocuzzoli innevati a destra e a sinistra, sprofondando di tanto in tanto nella neve pesante, sotto il sole primaverile che si fa sentire per bene!
Proseguiamo per la strada fino ad arrivare a Casera del Medico per poi risalire in pendii nord del Caserate per godere il panorama dalla cima. Peccato per la lieve foschia!
Riprendiamo la pista battuta raggiungendo una chiassosa Casera Valfredda, dove una comitiva di vocianti ragazzini della specie hominide-cjaspulatus si è impossessata del bianchi silenzi che fino a poco prima ci circondavano.
Inizio a sprofondare sempre di più nella neve pesante, e mi tocca pure riconoscere che il vedràn aveva ragione sulle cjaspe (rimasta a riposare in auto a Codroipo). Vado avanti ancora un po', ma alla fine mi arrendo: non mi diverte più questa neve e allora torno indietro. Non riesco ad avvisare gli altri, ma non penso si preoccuperanno.
Torno indietro solitario, non c'è nessuno sul sentiero, solo il silenzio.
Che bello!





Tamar

Le sirene prontamente iniziano il loro canto e Roberto se ne fa portavoce. Saltato il fine settimana in Maltatal per le abbondanti precipitazioni optiamo per una meta più vicina per cercare acqua solida. C'è da mettere in conto anche il pericolo valanghe piuttosto forte, e dopo un consulto con Gianni, Roberto mi propone la valle di Tamar, ai piedi dello Jalovec.
Arriviamo in una fredda Planica, tutta indaffarata a preparare qualche gara di salto con gli sci dal trampolino. L'aria punge le gote e questo ci fa ben sperare. Imbocchiamo la forestale che porta a Dom Tamar. Roberto avanza frettoloso, impaziente di vedere ghiaccio “Se no mi ven nervôs!”
Arriviamo in breve al Dom Tamar e qui finisce la pista battuta: ora ci aspetta un bel po' di neve fresca da battere!
Ci inoltriamo nel bosco in direzione delle pareti, sprofondando a volte fino al polpaccio, a volte fino al ginocchio, a volte fino a... Finalmente usciamo dal bosco, ma non dalla neve, sempre più abbondante, e di ghiaccio neanche l'ombra. Proseguiamo in direzione dello Jalovec e dopo tanto annaspare veniamo a tiro del tanto sospirato ghiaccio. Peccato sia ricoperto dal manto nevoso, tranne un'interessante candela laggiu in fondo... ma proprio in fondo!
Arranchiamo nella neve, mentre alla nostra destra, sulle pareti della Veunza, iniziano a farsi sentire le prima slavine. Continuiamo ad avanzare nella neve che ci arriva alle anche, puntando verso quell'esile candela. Ma quanto è lontana? Sarà mica un miraggio??? Le valanghe si susseguono in uno spettacolo che toglie il fiato.
Come in una vertigine mi sento attratto da tutta quella potenza che si sprigiona dall'infrangersi di un equilibrio. Mi ritrovo a pensare quanto sarebbe bello essere li ad ammirare tanta forza!
Gli sbuffi di Robertone mi riportano alla realtà e alla neve in cui siamo immersi. Ma quanto lontana è sta candela???
Superiamo una slavina di dimensioni epiche e siamo finalmente alla base della cascata. Che alla fin fine non è neanche tanto bella, saranno si e no quindici metri e di ghiaccio neanche tanto buono! Vabbé! Se non altro abbiamo fatto allenamento. Mangiamo qualcosa alla base della cascata, mentre le slavine si susseguono lungo i fianchi della Veunza. Iniziamo il rientro, non certo più agevole dell'andata nonostante la traccia battuta.
Lo Jalovec ci guarda imponente mentre facciamo ritorno verso Planica. Rientriamo nel fitto del bosco e quando intravediamo la sagoma del rifugio Roberto sbotta:
“Non sai che contento che sono di vedere il rifugio”
“Perché?”
“Perché inizia la pista battuta!”
E se lo dice BigRoberto!!
Sbuchiamo dal bosco e sembra di essere al mercato: una marea di gente, bambini, cani a spasso! Si vede che siamo in Slovenia!

lunedì 2 marzo 2009

Riofreddo

Nonostante il calendario dica che l'inverno è agli sgoccioli, ancora si ode il canto delle sirene di ghiaccio. Esili creature che seguono la gravità, calandosi dalle pareti rocciose fino a congiungersi con il freddo terreno. Quest'anno la stagione è stata generosa, ma si sà: l'appetito vien mangiando.
E così per avere di che saziarci nel prossimo fine settimana, il primo giorno di marzo l'ho dedicato alla ricerca di prede.
Visto che Nadia non vi era mai stata, e visto che presentava un modesto dislivello, adatto alle sue "condizioni" siamo andati a sbirciare in Val di Riofreddo le condizioni della cascate.

Mentre Nik preferiva la vita di campagna con i nonni, Indy non si faceva certo pregare per venire per monti.
Partiamo con calma, vista la meta della giornata, e arriviamo in un decadente e sonnacchioso Riofreddo verso metà mattina.


La smania di Indy si specchia nella tranquillità dei nostri preparativi come nel contrappasso di dantesca memoria. Un signore esce da casa tutto intabbarrato e si mette a litigare con il motore di una fresa da neve, eclissandosi all'improvviso in una vampata di fumo "nero gasolio"!
Ci inviamo lungo la forestale che sale lentamente la valle: il cielo è lattiginoso e la foschia ci nasconde le cime, non è una giornata che resterà impressa nella memoria.


Dopo un pò che camminiamo libero dal guinzaglio Indy ed è coma la partenza dei 100 metri!


Inizia a correre a destra e a sinistra come un forsennato, fermandosi a guardarci quando lo chiamiamo con un fischio.
La vallata finalmente si apre e lo sguardo spazia: guardandosi alle spalle vengono alla mente certi paesaggi del nord america. Avanziamo nel largo pianoro che anticipa la svolta verso sella Prasnig e ci fermiamo a mangiare al sole, nei pressi di un piccolo stavolo.


Uno strano cumulo di neve attira la nostra attenzione: in realtà un crocifisso sommerso dalle neve. Per chissa quale ragione (divina?!?)...


Dò una sbirciata con il binocolo alle colate sulla parete della cima delle Cenge: sono ben formate ma anche ben cariche di neve.



Il vento e le nuvole che si addensano sopra le nostre teste ci invitano a riprendere il cammino. Attraversiamo il pianoro ed entriamo nel bosco nei pressi di una mangiatoia. Da qui la traccia non è più battuta e dobbiamo calzare le cjaspe. Ci inoltriamo nel bosco silenzioso, covando la speranza di vedere qualche animale selvatico ma a parte me Nadia e Indy non vedono altri "selvatici".
Attraversiamo il bianco letto del torrente e torniamo sulla pista forestale.


Le "farcadicce" di Riofreddo attraggono fortemente Nadia, che però resta insoddisfatta nel constatare che l'ingresso al forte è ostruito!
La strada ci riporta placidamente a Riofreddo. La nostra gita ci è piaciuta, le sirene le abbiamo viste. Ora non resta che aspettare il richiamo.

lunedì 23 febbraio 2009

Arriva la primavera?

Alcuni anni fa lessi su un giornale locale la lettera di un escursionista che, orgogliosamente, annunciava di avere "liberato" una montagna dalla sua ingombrante croce, divelta precedentemente da un fulmine, e di averla scagliata giù dalla cima!
La cosa m'infastidì parecchio, non tanto per l'idea di molti alpinisti che le montagne sono nate nude e così devono rimanere, ma per il fatto che con quel gesto, l'orgoglioso escursionista, aveva sì "ripulito" la vetta ma anche contribuito a "sporcarne" le pendici rendendo difficile se non impossibile il recupero della croce!
Io appartengo invece all'altra "metà" di quelli che vanno in montagna: quelli a cui fa invece piacere trovare in cima una Croce a cui rivolgere un pensiero di ringraziamento, una Madonnina alla quale sfiorare accarezzando il viso, o una campana, da cui far risuonare alcuni lievi rintocchi.

Quando percorro le strade che portano in montagna, il mio sguardo è sempre all'insù, alla ricerca di nuove Croci da scoprire e raggiungere.
E così, tempo fa, passando per Clauzetto, avevo notato sulla montagna che sovrasta l'abitato, una grande Croce e mi ero ripromessa di andare a darci un'occhiatina.
Trovato il monte sulla cartina e fatte alcune ricerche su internet, scoprivo trattarsi del Pic di Pala nelle cui vicinanze sorge anche la casera Polpazza, trasformata in agriturismo.

Questa domenica, reduci dalla serata di festeggiamenti per il compleanno dei miei genitori e, per quanto riguarda Luca, dalle fatiche ghiacciate di sabato, optiamo per un risveglio naturale e una meta montana facile e vicina.
Visto anche il meteo favorevole, carichiamo in auto Indy e Nicholas e partiamo alla volta di Clauzetto.

Arriviamo in questo tranquillo e panoramico paesetto, non a caso si fregia del titolo di balcone del Friuli, e imbocchiamo la strada che porta a Pradis di Sopra. Tutta la zona è punteggiata da piccole borgate, sparse tra collinette e avvallamenti dai colori tipicamente invernali, attraversati da strette stradine che ci portano prima alle case di Zuaniers e poi a quelle di Ropa, dove parcheggiamo in un piccolo spiazzo all'imbocco della forestale per casera Polpazza.

Con un leggermente nauseato Nik (impara a non leggere libri sulle strade a tornanti!), un impaziente Indy e uno scalcitante Alpin-frut nella panza, cominciamo a risalire la forestale che nel primo tratto è asfaltata e priva di cartelli di divieto, segno che d'estate si può salire direttamente in auto fino all'agriturismo.

Il sole filtra tra gli alti fusti degli alberi e illumina il tappeto di foglie rosse che ricopre il pendio che, con lunghi e dolci tornanti risaliamo.
Ai lati della strada qualche blocco di neve residua ha assunto forme divertenti e uno, a forma di coniglietto della Lindt, cattura la mia attenzione.

Più in alto la strada, nonostante sia stata ripulita, si fa innevata e nei tratti più in ombra anche ghiacciata, richiedendo maggiore attenzione anti-ruzzolamento.
Usciamo dal tratto boscoso in un ampio spiazzo innevato: sulla neve diverse orme di animali.
Il sole scalda i nostri visi e fa sembrare che la primavera sia gia arrivata! Il panorama salendo si apre, ed ecco apparire tra la foschia il M.te Rossa e più lontani il Piancavallo e il Verzegnis e, sotto di noi, la miriade di piccoli paesini che caratterizzano la zona di Pradis di Sotto e di Sopra.

Ancora alcuni tornanti e, in vista della casera Polpazza, abbandoniamo la strada e imbocchiamo la deviazione segnalata da un cartello con scritta "alla croce".
Il sentierino innevato, costeggiando la recinzione della casera, inizia a scendere attraverso un fitto boschetto facendoci perdere un centinaio di metri. Orme sulla neve ci conducono a un tavolo con panche e a una scalinata che risale una piccola collinetta dove il bosco finisce e la vista si apre di colpo verso la pianura friulana.

Ci troviamo sospesi su un pulpito sopra l'abitato di Clauzetto, sovrastati da un'alta Croce con Cristo e poco discosta una piccola Cappelletta che ripara una statua della Madonna in una grotta.
Ringraziato mentalmente entrambi per la bella giornata e la continua protezione di quello "spericulat" del mio moroso, volgo lo sguardo oltre la ringhiera che delimita il pulpito.
La fitta foschia c'impedisce l'estesa visuale che nelle giornate limpide spazia fino al mare.
Le campane di Clauzetto annunciano il mezzogiorno e seduti su una panca in cemento, sotto l'alta Croce, ci gongoliamo al caldo sole mangiucchiando panini e dolcetti.


Si sta da Dio!!!

Trascorriamo qui quasi due ore e poi decidiamo di andare a vedere anche la casera.
Risalito il sentierino con qualche affanno della sottoscritta, riprendiamo la strada che,passando per la casera Polpazza, serve anche alcune antenne e ripetitori posti sulle due cime del M.te Pala. All'apice della collinetta che la sovrasta è posto un binocolo (sfortunatamente al momento leggermente congelato) per osservare l'esteso panorama che si gode da quassù. Un cartello esplicativo della zona e con foto panoramica dei monti che circondano la zona e alcuni blocchi di cemento che fungono da panche sono posti li vicino. Più sotto la casera e la stalla, entrambe ristrutturate, ed un gazebo circolare con tavoli e panche, accolgono gli avventori affamati d'estate.
Una capatina la faremo pure noi a questo punto, visto il panorama e l'occasione di assaggiare i prodotti e il menù della casera!
Magari in compagnia dell'allegra combriccola di Sui Monti e Montagne Sottosopra!
Cosa c'è di meglio di trovarsi assieme a cari amici, con buon cibo e un bel panorama?
Alla prossima estate allora!