Le parole di Kugy mi risuonano in testa come se fosse davanti a me a parlare. Saliamo nelle nebbie che bagnano i vestiti e inzuppano i capelli. Non capiamo bene dove siamo, ma ormai manca poco alla meta a giudicare dall'altimetro.
Dopo alcune ripide svolte arriviamo alla traccia che, lasciato il sentiero che continua verso il Kriski Pod, sale alla cima del Bovskj Gamsovec.
In cima ci sorprende un vento gelido e tagliente che ci invita a scendere velocemente. Un invito che accettiamo di buon grado. Di fronte a noi spunta d'un tratto la sagoma del Trzaska Koca, poi all'improvviso, com'era comparso, scompare.
La mattina sembrava promettere tutt'altro. Arrivati a Mojstrana con il buio, avevamo pecorso la Vrata sotto le stelle. Partiti dall'Aljazev Dom alla luce delle frontali, la sagoma della nord del Triglav si nascondeva dietro leggere foschie, che alle prime luci dell'alba sembravano portare ad una bella giornata.

Scendendo dalla cima verso la Luknja incontriamo uno strano ometto con degli sfortunati scarponi. Chissa da dove vengono? Che storia raccontano?
La nostra storia parla di nuvole e di regni a cui l'accesso ci viene negato. Le pareti del Triglav svettano sulla forcella e svaniscono tra le nuvole, sopra di noi. Dopo essere saliti velocemente alla Luknja alle prime ore dell'alba vediamo il cavo della Bamberg perdersi nelle sfumature di grigio, verso la cima. Peccato. Decidiamo quindi di cambiare la nostra meta e saliamo verso il Bovskj Gamsovec, di cui fino a questo momento ignoravamo persino l'esistenza.
Ancora una volta le nuvole ci prendono in giro, giocando a farci immaginare le cime, attraverso giochi di luce e ombre.
Mentre scendiamo dalla cima uno stambecco solitario ci degna di uno sguardo stupito "Che fate qua? Non è la giornata giusta!" Eh! L'abbiamo capito amico. Torniamo a casa infatti!
Un raggio di sole buca le nuvole e illumina un prato tra le rocce mentre scendiamo, come a ricordarci che ci saranno altri giorni. Giorni migliori per avventurarsi per queste rocce selvagge.