Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

lunedì 25 agosto 2008

Bis di Cime e due birre grazie

"Semplice e panoramico che sabato siamo a grigliare da Butussi e sai come vanno queste cose"
So, so... Povere Sara e Sonia cosa gli tocca sopportare!

"Nadia, qualcosa di semplice e panoramico per domenica per il Signor Peressini da Quattroventi e Gentile Signora.... Il Corona da Pramollo? Che dici?"

"Si! Può andare, l'avevo in programma tra le gite facili da fare con Nicholas!"

E vada per il Corona!

Domenica sveglia turistica alle 7,40, colazione con comodo, e alle 8,30 ci si mette in strada direzione Pontebba. Mentre siamo per strada, verso le nove squilla il cellulare con la suoneria che preannuncia una chiamata dalla Contea Imperiale di Goricizza (o da chi ne aveva la residenza), guardo il display: Marco!

Con voce colpevole la Signora Quattroventi mi informa che loro devono ancora partire dal Collio, la rassicuro che non c'è problema, siamo un pò in ritardo pure noi.

Più tardi il Peressini dirà di non riuscire a capire come mai si siano svegliati alle 7,30 ed alle 9 dovevano ancora uscire di casa!

Più tardi ancora il Peressini dirà che sabato sera in tre (tra cui il Butussi) hanno ucciso tre bottiglie e una magnum! (Trattasi di litri 3,750)

Più tardi abbiam capito il perchè del ritardo.

Ma intanto arriviamo a Pontebba e finalmente ci incontriamo! Dopo un reciproco scambio di idiozie e frivolezze muoviamo alla volta di Passo Pramollo.

Voliamo lungo i tornanti e atteriamo nel parcheggio di fronte al Gallo Forcello, in men che non si dica siam pronti all'azione e imbocchiamo, tra mille chiacchiere la carrareccia che ci porta alla casera Auernig, e davanti a noi si parano le verticali pareti nord del Malvuerich a destra, mentre di fronte trionfano le moli imbiancate da una precoce neve agostana del Montasio, del Fuart, e più lontane del Mangart e del Tricorno. Uno spettacolo.

Era stato chiesto un bel panorama? Eccolo servito!
Camminando e chiacchierando arriviamo nei pressi di casera For, dove sulla sinistra della strada si dirama il sentiero che porta, attraversando i pascoli della casera, a macchie di ontani che fanno da sipario ai prati poco sotto la piatta cima del Kronalpe.

La cima è il centro di una meravigliosa visuale a 360° sulle Carniche e sulle Giulie. Ci sediamo sulle rocce della piatta sommità del Corona e gustiamo il pranzo in questo angolo di paradiso.

Zuc dal Bor, sernio, Cavallo, Creta d'Aip, i Tauri, il Gartnerkofel, le Giulie ci avvolgono totalmente.
Mi dedico allo studio della salita dello Scinauz, cartina sottomano e descrizione certosina del Gigi Burra ben in testa (me l'avra ripetuta 50 volte quella sera in sede), scruto col binocolo il versante nord, fin quando non trovo le tracce di sentiero, evidenti sotto le rocce sommitali, meno comprensibili nella parte bassa. L'unica cosa è andarci!
Quando si sta bene il tempo passa in fretta, e vien il momento di scendere. Scendere?

Da dove? Per la via di salita? Ma no dai, rientriamo al passo per Cima Carnizza e Auernig: guardiamo sulla cartina il tracciato e via. Tutti d'accordo. Con qualche perplessità.

"Ma dai! Risaliremo si e no 100 metri! No ci faranno mica paura?
Possissapò!!"
Pononoppò!
Scendiamo verso la strada che sale dalla Gartner Alm e iniziamo a risalire verso la Cima Carnizza, il sentiero è breve si, ma è tutto un susseguirsi di saliscendi che dalla cartina non avevamo colto.
"Ma quanto manca?"

"Un quarto d'ora dai! Non ti ricordi i quarti d'ora di Don Gianni in campeggio? A forza di quarti d'ora siamo arrivato sul Coglians, vuoi non arrivare a Pramollo??"

E così saliamo e scendiamo fin ad arrivare alla Cima Carnizza, con un Nicolino tutto pensieroso e camminatore che ci fa da battistrada!
Finalmente arriviamo al bivio che ci riporta, tra prati paludosi a casera Auernig.

Scendiamo immersi nel parlottio lungo il fresco sentiero nel bosco, fermandoci qua è là a mangiucchiare mirtilli e lamponi! C'é nè una quantità incredibile!

Son passate le cinque che torniamo alle auto, soddisfatti del panorama goduto, e di aver fatto tutto il giro in un quarto d'ora. Alla volta!!
E per lavar via il ricordo della sera precedente un bis di cime e un giro di birre! Grandi!!

domenica 24 agosto 2008

Qualche metro più in alto.. in parallelo

"Intant dami lis clafs da la Me machine, e viot di no colà!!!"
(Intanto dammi le chiavi della Mia auto, e vedi di non cadere!!!)
Con queste parole cariche d'amore Nadia mi saluta mentre ci separiamo: Lei e Nicholas proseguiranno lungo il sentiero numero 4 verso il rifugio Alpe di Tires, mentre io percorrerò il sentiero attrezzato Maximilian lungo la Cresta dei Denti di Terrarossa con la stessa meta.
Inizio a percorrere il sentiero che conduce alla Cima di Terrarossa in compagnia di tre escursionisti che ci seguivano, ma in breve li distacco. Salgo in cima e già non trovo più il proseguio del sentiero.Ma come? Mi sono perso??

La nebbiolina che va e che viene mi gioca uno scherzetto occultandomi il sentiero che scende veloce a nord della cima.
Riordinate le idee riprendo la cavalcata in cresta. Ci sono alcune attrezzature, ma sono piuttosto inutili. Alcuni punti esposti della cresta che potrebbero impensierire di più al passaggio ne sono invece sprovvisti. In fondo meglio così, è bello sentire la sensazione che sa regalare il vuoto: qualche centinaio di metri più in basso corre il sentiero 4 e cerco di scorgere Nadia e Nicholas. Niente, non li vedo. Continuo lungo questa bella cresta, ora baciato dal sole, ora avvolto delle nuvole che salgono dall'Alpe di Siusi. D'un tratto le streghe dell'altipiani decidono di regalarmi una magnifico scorcio sul Catinaccio: è un attimo, il tempo di prendere la macchina fotografica che già le nebbie lo avvolgono.

Il sentiero è davvero bello, mi aggiro tra i Denti, volgendo lo sguardo ora verso il Buco d'Orso, ora verso l'altipiano, ad un tratto si fa vedere il rifugio, mi fermo un'attimo e nel fondovalle scorgo finalmente l'Alpingirl e l'Alpinboy: urlo il loro nome e li vedo alzare lo sguardo a cercarmi, un veloce saluto e via verso il Dente di Terrarossa avvolto nelle nebbie, tanto per cambiare!

Con l'aiuto di un cavo risalgo una paretina verticale per una ventina di metri, fino ad una finestra naturale, attraverso la quale si guadagna il versante sud della cresta, e per rocce rotte si sale in cima al Dente. La vista ora è quasi del tutto sgombra, ma è sempre questione di attimi. Poco oltre uno steccato divide senza senso apparente la linea di cresta: che bestia vuoi che venga a pascolare quassu? Mistero! Centreranno le streghe dello Sciliar?


Inizio la discesa lungo l'ultimo tratto di cresta verso la forcella a picco sul rifugio, incontrando una coppia: il ragazzo esclama "vedi sti tedeschi? senza casco, senza imbrago!" lei ribatte "in effetti, ma qui neanche serve, siamo in cresta e non ci sono assicurazioni, mi sento un pò ridicola", "macchè ridicola è pur sempre una sicurezza!". Quando li incrocio gli sorrido e in perfetto tedesco-italiano gli dico in tono semiserio: "In effetti siete un pò ridicoli!", la ragazza scoppia a ridere, mentre il compagno arrossisce vergognosamente. Sarò cattivo, ma era più forte di me!
Scendo lungo il canalone e giù in fondo vedo i miei compari che mi aspettano al rifugio. Le ultime attrezzature agevolano il passaggio lungo il salto roccioso e in breve sono sul sentiero che mi porta all'Alpe di Tires.

Una bella cavalcata, solitaria, lungo una cresta esposta e panoramica, non difficile, ma mai banale.

L'altopiano delle streghe


Sono le 7.30 di mercoledì mattina e ci mettiamo in viaggio, destinazione lo Sciliar, sull'Alpe di Siusi. Gia da un po' avevo in mente questa meta e le rassicurazioni di Ilaria sul fatto che è un posto incantevole mi hanno spinta a metterlo in programma per queste ferie! A dir il vero era l'alternativa al giro nel gruppo del Catinaccio che dovevamo fare martedì e che a causa di un fatidico tamponamento è saltato!

La strada si presenta abbastanza trafficata e l'itinerario che abbiamo deciso di percorrere, infinito! La mia piccola Punto valicherà in successione p.so di San Boldo, p.so Rolle, p.so di Costalunga e p.so Nigra!

Arriviamo a Siusi e ci fermiamo a prendere il permesso che ci consentirà di arrivare sull'Alpe.
Giungiamo al parcheggio della seggiovia Spitzbuhel che ci farà guadagnare 200 metri di dislivello in pochi minuti: molto utile visto che siamo un po' in ritardo sui tempi di marcia. Comodamente seduti iniziamo a goderci il bucolico panorama che ci passa sotto i piedi penzolanti: prati verdi sfalciati di fresco, mucche al pascolo e tintinnare di campanacci ci accompagnano nella salita.
E montagne... montagne... tutt'attorno, che appaiono e scompaiono tra dispettosi nuvoloni.

Ciondolando lentamente come le mucche, la seggiovia ci porta alla Spitzbuhlutte, trampolino di lancio per appassionati di modellini d'aereo, nonchè di parapendio e deltaplano. Per fortuna c'è poca gente e subito ci mettiamo in cammino sulla sterrata che ci porterà alla Saltner Hutte.

Davanti a noi una distesa di verdi collinette e vallette punteggiate da piccole baite e stalle in legno e un intenso profumo di latte appena munto! Quassù è davvero il paradiso delle mucche! Anche la Mila viene a prendere il latte quassù!

Attraversiamo su di un artistico ponticello (premiato nel 2001 con il Premio Internazionale delle Costruzioni in Legno) il rio Freddo accompagnati dalla musica tirolese suonata da un trio alla Saltnerhutte e, imboccato il Sentiero dei Turisti, saliamo tranquillamente tra larici, cembri e mughi godendoci sempre più la vista sull'alpe e la val d'Isarco.
Con dolci svolte arriviamo all'altopiano lunare dello Sciliar: terreni erbosi si alternano a distese di pietrisco e la nebbiolina che ci avvolge da veramente la sensazione di vagare in un ambiente stregato.
In 2 ore e 20 siamo al rifugio Bolzano: e che rifugio ragazzi!!
Un signor rifugio!
Sembra un castello!
Un giovanotto ci accompagna nella nostra cuccetta: una piccola ma ben curata cameretta tutta per noi tre! Siamo in pochi e questo rende il posto ancora più pacifico!
Approfittiamo di un'ampia schiarita tra i nuvoloni passeggeri per salire alla vicina cima del Monte Pez, 2564 metri, la massima elevazione dello Sciliar. In 10 minuti siamo in vetta, dove ci accoglie la croce, addobbata con le bandierine di preghiera buddiste colorate e svolazzanti.
Su di un prato in direzione del monte Castello appare spettrale, tra le brume, una gigantesca mano disegnata coi sassi: chi mai l'avrà fatta?
Le streghe??
Luca si diverte a spaventare Nicholas con racconti sulle streghe che volano di notte su tutto l'altopiano assalendo gli incauti escursionisti! Rientriamo al rifugio per la cena e dopo una buona grappetta ai frutti ci rintaniamo nei nostri letti.

La mattina dopo, il sole preannunciato tarda a farsi vedere, nascosto dalla nuvolona in cui siamo avvolti e dobbiamo rinunciare alla visita della manona e al Castello.
Rifocillati ci mettiamo in cammino verso il rifugio Alpe di Tires distante un paio d'ore dal nostro rifugio.
Il sentiero scorre tranquillo tra verdi e pietre e per movimentarlo un po' io e Luca scorazziamo sui piccoli rilievi che lo circondano mentre Nicholas prosegue imperterrito sul sentiero, immerso nei suoi reconditi e fantasiosi pensieri. Catinaccio, Sassopiatto e Sassolungo si degnano ogni tanto di farsi vedere tra le nuvole che passano, ma mai per troppo tempo. Le stelle alpine crescono molteplici tutt'attorno.

Giungiamo alla sella di fronte alla Cima di Terrarossa e al bivio per la ferrata Maximilian che con una cavalcata attraverso i Denti di Terrarossa porterà un intrepido Luca a ricongiungersi con noi al rifugio Alpe di Tires. Dopo le varie raccomandazioni lo lasciamo e c'incamminiamo scendendo sui ripidi tornanti che portano alla valle di Ciamin.

Passando sotto le pareti meridionali dei Denti di Terrarossa alzo più volte lo sguardo a cercare quel matto di moroso e dopo un po' lo vedo tranquillo che mi saluta dall'alto. Scambio di reciproche foto e via, saliamo dolcemente fino all'Alpe di Tires.

Anche questo è un bel rifugio e dalla gente che incontriamo, pure brulicante di escursionisti che arrivano a frotte dal fondovalle e dall'Alpe di Siusi.
Luca arriva poco dopo e assieme proseguiamo alla volta della forcella Denti di Terrarossa.

Da qui, il sentiero scende con ripidi tornanti che ci offrono la vista di variopinti vacanzieri che arrancano sbuffando e sudando alla volta della nebbiosa forcella che ci siamo appena lasciati alle spalle.
Per educazione, ma Luca dice per puro sadismo, saluto tutti ottenendo affannose risposte.

Alla fine dei tornanti assistiamo ad un divertente siparietto: protagonisti cavalli e muli al pascolo che occupando il sentiero, bloccano la risalita degli escursionisti. C'è chi pazientemente (e con un pò di timore) aspetta e chi, come noi, evitate code svolazzanti e sederoni equini si fa spazio per passare.

Lasciate le ultime rocce il nostro sentiero passa tra i verdi fianchi del Col de Spiedl e della Punta d'Oro dove ci fermiamo a pranzare godendoci la vista e i caldi raggi del sole.

L'ultimo tratto si svolge su prati poco ripidi che portano alla Palude di Ladins: con una passerella di assi, attraversiamo gli umidi prati paludosi fino alla strada che, passando prima vicino all'albergo Panorama e poi alla baita Laurin, ci riporta al punto di partenza, presso la stazione a monte dello Spitzbuhel.

La nostra lunga cavalcata con le streghe dell'altopiano ha termine e, sotto un bel sole, ci accomiatiamo dalle simpatiche presenze che con le loro nebbie dispettose ci hanno accompagnato in questi giorni.
Posso dire con certezza che lo Sciliar mi ha stregata!

lunedì 18 agosto 2008

Col Gentile ma non troppo

Ritornati dall' isola di granito, dopo un paio di giorni di pausa, facciamo ritorno ai calcari di casa. Il tempo incerto è una costante e quindi sotto il grigio cielo domenicale puntiamo verso il Canale di Gorto con destinazione il Col Gentile, con la speranza che gentilmente si conceda. Ma si sa che chi cammina sperando.. spesso sotto l'ombrello va camminando.
Lasciando le rime agghiaccianti nel buio fondo di un cassetto recuperiamo una diroccata Ilaria a Gemona e dirigiamo su Mione. Già nella conca di Tolmezzo si preannuncia quel che sarà la giornata: una grigia distesa di nuvole in cui eterei vagare.
Saliamo per la strada che da Mione porta fino a Sauris passando per le casere Forchia e Losa, cercando di arrivare fin dove la pendenza ce lo consente, in modo da guadagnare un pò di quota, risparmiandola alla schiena di Ila ed alle svogliate gambe di Nicholas.

Ad un tratto dalle brume che avvolgono il bosco escono due figure che ci scrutano sgranando gli occhi... cala il silenzio... dopo otto lunghi mesi ci appaiono onirici Ida e Diego! E' dalla gita al Raut che non ci vediamo, li salutiamo in corsa e andiamo avanti, fin poco prima dell'ultimo stavolo sul versante ovarese. Mentre ci prepariamo sentiamo le loro voci nel fitto del bosco. Iniziamo a salire per la strada, ora su fondo naturale, ora su cemento, e dopo un quarto d'ora i due ci raggiungono. Dopo i vari saluti, i vari dov'eravate, i vari come state e tempo dei vari "andiam su o restiamo qui?"

Immersi in un'atmosfera ovattata saliamo lungo la strada che ci porta a casera Forchia, da dove parte il sentiero per il Col Gentile.
Ma il panorama dov'è? L'ha rubato qualcuno??? Le tasse le paghiamo anche noi e vogliamo il panorama!! Macchè! Nessuno ci sente! Vabbè, saliamo lo stesso. Il sentiero sale con modesta pendenza, tanto che rientra nella tipologia di sentieri e montagne che piace a Nic: timide collinette e pacifici sentieri.


La nebbia va e viene a seconda del vento e ci regala a tratti qualche metro di visuale. Potremmo indistintamente essere sulle Highlands scozzesi o sui verdi pascoli dei Carpazi, piuttosto che nella grigia Carnia di metà agosto.

Poco sotto la cima ci accoglie il belare di un piccolo gregge di pecore con una moltitudine di agnellini: i "che belli" battono i "che buoni" 4 a 2.
Ormai la cima è vicina, anche se ancor si nega agli occhi: due rintocchi di campana che rompono il silenzio delle nebbie ci avvertono che non siamo i soli su queste lande fumose.
Arriviamo in cima poco dopo mezzogiorno, e un pallido sole stenta a farsi indovinare tra le nuvole. Constatiamo che la cima è molto apprezzata anche da pecore e altri animali di provenienza ignota che abbelliscono la cima con i loro prodotti.
Tutta natura! Che sarà mai!! Basta non sedercisi sopra!

Come i nostri compagni iniziamo a mangiucchiare qualcosa, aspettando che il panorama ci si riveli. Dopo un'oretta ci rendiamo conto che forse il creato per oggi vuol stare sotto le coperte e allora iniziamo la discesa, che, facendosi beffe di noi, ci regala ampi sprazzi di verdi vallate e azzurro cielo.

Arrivati in forcella il fondovalle è libero, ma nere nuvolaglie salgono minacciose dal Lumiei. Ripercorriamo i nostri passi verso Mione rassicurati dai "calcoli" e dalle "osservazioni" di Nicholas, che ci assicura che non stà arrivando un temporale. Infatti poco dopo una leggera ma fitta pioggia ci accompagna negli ultimi passi verso la macchina e un secco tuono si fa sentire sopra le nostre teste.

Ma ormai siamo giunti al traguardo e non ci fa più paura.
A noi.
A Diego e Ida forse si, visto che han l'auto un trecento metri più a valle!!!

venerdì 15 agosto 2008

Ritorno a Sorgazza

La giornata inizia alle sei e mezza quando la sveglia dei nostri compagni di stanza inizia a suonare, suonare, suonare. Finalmente viene spenta: ma nessuno si alza! Ma allora?!?
Ormai svegli siamo e iniziamo a preparci mentre i nostri simpatici amici continuano a dormire. Vabbè! Il mondo è bello perchè è vario no?

La giornata ricalca la precedente, grigia e nuvolosa. Risaliamo la Val di Ravetta in direzione dell'omonima forcella; il sentiero sale senza grosse difficoltà prima nel bosco e poi per sfasciumi fino ad una verde valletta appena sotto la forcella dove ci accoglie un vento forte e freddo e le prime gocce di pioggia. Il tempo sembra mettersi al peggio e non si capisce bene come si svolge il percorso. Studiamo la cartina per vedere se c'è qualche alternativa, ma la via più corta resta il tragitto originario e quindi proseguiamo sperando che il tempo regga.Iniziamo la lunga traversata verso il Forzelon de Rava sotto una pioggerella leggera ma insistente, come il giorno precedente la vista delle cime circostanti ci è preclusa e ci resta solo l'immaginazione. Con grande dispiacere dobbiamo rinunciare al Cimon di Rava e la visita alle opere di guerra della Cresta del Frate, con la famosa scalinata intagliata nella roccia.

Il tempo non migliora e proseguiamo verso Forcella Quarazza, che ci accoglie materializzandosi all'ultimo momento tra le nebbie.
Spettrale, quasi inconsistente.
Dalla forcella a tratti si indovinano i contorni del lago di Costa Brunella, trecento metri più in basso. La tabella indica mezz'ora di cammino al lago, ma il sentiero pare non terminare mai.

Finalmente arriviamo al lago. Ormai l'Alta Via volge al termine, Malga Sorgazza si avvicina. nel frattempo ha smesso di piovere e scendiamo senza fretta lungo il sentiero con un impaziente Nicholas, desideroso di togliere gli scarponi e lo zaino. E di sedersi.
Passiamo per la Malga per ritirare la spilletta ricordo dell'Alta Via e già che ci siamo per pranzare e brindare alla piccola grande impresa di Nicholas.

Brentari - Caldenave

Dopo aver fatto vergognare Nadia per la razzia di Gran Turchese nel tavolo vicino i suoi due uomini son pronti a partire.
Salutiamo i ragazzi del rifugio e ci lasciamo con la promessa di una futura visita per arrampicare sul granito della cima d'Asta.
La giornata non si presenta magnifica, il cielo è coperto, e se da un lato ci si rallegra perchè non cuoceremo sotto il sole, dall'altro temiamo che non potremo goderci appieno il panorama. Dal rifugio in breve raggiungiamo il Passo di Socede: da qui il sentiero scende deciso nel Vallone Occidentale, passando sotto la Punta Socede e la Cima Tellina, fino a raggiungere il bivio di quota 1990 per salire verso la forcella Magna. Dalla forcella in breve si raggiunge l'omonimo laghetto, di un verde impenetrabile in questa giornata grigio fumo.
Le nebbie ci avvolgono lungo il sentiero e sopra di noi sfilano in incognito le cime del Cengello e del Monte Fumo ( Fumo??? Che è' una presa in giro?). Il paesaggio e spettrale e le forme della roccia appaiono grottesche, ad un tratto passiamo ai piedi di uno gnomo ghignante ma benevolo, che ci accompagna lungo la svolta sotto la Tombola Nera, e ci lascia proseguire verso le Buse Todesche.
Il cielo ancora ci avvolge e ci nega il panorama mentre arriviamo alla forcella, dove ci fermiamo a mangiare qualcosa, cogliendo l'occasione per curiosare tra le postazioni risalenti alla Grande Guerra, che anche qui ha lasciato traccia del suo triste passaggio con consistenti opere di trinceramento.
Durante tutta la mattinata abbiamo incontrato solo sei persone che percorrevano il sentiero in senso inverso: tutta un'altra dimensione rispetto alle vicine e affollate Dolomiti d'agosto. qui quasi si sente il bisogno di incontrare qualcuno lungo il cammino.
Inizia la discesa verso i laghi della Val d'Inferno, ma prima deviamo per l'oasi tranquilla del lago di Nassere, altro piccolo smeraldo incastonato nel granito.
Passiamo nei pressi del Baito Lastei e scendiamo nel bosco in cui sono incastonati i laghetti infernali, ormai siamo vicino alla meta di oggi.
Risaliamo brevemente un costone boscoso prima di calare verso il Rivo di Caserine e raggiungere la Malga di Caldenave, dove Elio, il padrone di casa, ci accoglie con una gentilezza che, al giorno d'oggi, è difficile immaginare. Il piccolo rifugio è racchiuso in una magnifica conca verde con i cavalli al pascolo, le galline che girano a "beccottare" tra i fili d'erba.
Mentre un cartello avvisa il viandante con la scritta "attenzione galline al lavoro" ci accoglie la padrona di casa: Thelma, una femmina di labrador, che come dice Elio, si gode una bella pensione dopo dodici anni di intensa attività in montagna!
Sistemate le nostre cose ci rilassiamo sul terrazzo del rifugio e ci concediamo un giro di bionde prima di cena.
Il cielo è sempre grigio sopra di noi.

giovedì 14 agosto 2008

All'alba sulla Cima d'Asta

La sveglia suona alle cinque, e un leggero "ma chi me lo fa fare" attraversa la mente ancora nel dormiveglia. Poi con uno sforzo che al momento sembra immane ci alziamo in una sinfonia di cigolii del letto a castello. Un leggero bacio a Nicholas che resta a dormire e poi scendiamo con lo zaino al piano terra.
Ancora mezzi addormentati calziamo gli scarponi e usciamo nella frescura mattutina.

Il cielo è ancora scuro sopra di noi ma sembra sereno.

Seguiamo la traccia tra le rocce che ci porta ai 2680 metri della Forzeleta e davanti a noi si staglia nera contro il blu dell'alba la mole della Cima d'Asta.

Scendiamo nella fioca luce del sorgere del giorno lungo il sentiero attrezzato che ci porta nel Vallone di Cima d'Asta e iniziamo a risalire il pendio detritico sotto il Passo dei Diavoli, in direzione della cima.

In prossimità della vetta il sentiero sale con ampi zig zag tra le rocce, portandoci dolcemente alla doppia croce.

La vista si apre sulla Val Malene e sul rifugio ancora addormentato, poco sotto la cima sta il bivacco Cavinato, e verso est, nella luce dell'alba si indovinano i profili della Marmolada, del Sella e delle Tofane, semicoperti dalle nuvole.

Un vento gelido spazza la cima. Sono le sei e mezza del mattino. Ci fermiamo giusto il tempo di firmare il libro di vetta e di fare un paio di foto.

Ritorniamo velocemente sui nostri passi e scendiamo nel vallone.

Poco sotto la Forzeleta incontriamo il duo flautista del rifugio "m'avè fregà! a che ora se partii?"

"Prima!" è la laconica risposta.

Arriviamo al rifugio poco prima delle otto e un corruciato Nicolino ci aspetta sulla porta della camera a braccia conserte "Siete in ritardo!!!"

Sistemiamo gli zaini e scendiamo in sala da pranzo per la colazione, accolti dai due giovani gestori.

La giornata è ancora lunga.

Nell' Isola di Granito







Tempo di vacanza e (tò che strano!) tempo di montagna per la Famiglia Alpinauti.
I primi giorni delle tanto agognate ferie le spendiamo nell'isola della Cima d'Asta, perla granitica incastonata nelle porfiriti dei Lagorai. L'Alta Via del Granito ci aspetta con le sue suggestioni lontane dalle folle (o mandrie?) dolomitiche: un trek di tre giorni facile e panoramico, che non peserà tanto sulle gambe (allenate, perchè seppur svogliato, ci segue un pò dappertutto nel nostro girovagare alpino) di un poco entusiasta Nicholas.

Arriviamo in un'assolata Val Malene in tarda mattinata e iniziamo i rituali preparatori: io e Nadia controlliamo indumenti e vettovaglie, Nicholas fumetti e gameboy (come passare altrimenti i tempi morti in rifugio?).
Prendiamo il sentiero 327 che passando alle pendici del Monte Coston, della Campagnassa e della Pala del Becco ci introduce nel Bualon di Cima d'Asta, tralasciamo il sentiero che porta a Forcella Magna e proseguiamo ai piedi della Cresta di Socede, percorsa dalla Ferrata Gabrielli, fino a un bivio che ci pone davanti a un serio dubbio: proseguire per il sentiero dei lasteati o per il trodo de aseni?
Asini?
Giammai!
Avanti per le lastre di granito su cui le nostre suole vibram danno il meglio del loro grip.
Poco sotto il rifugio diamo ascolto ad uno stanco e affamato Nicholas e ci concediamo una pausa al sole sulle vaste placconate che caratterizzano l'ambiente che ci circonda. Il panorama è fantastico sull'alta Val Malene, anche se le nuvole giocano a rincorrersi nel cielo.
Arriviamo al rifugio Brentari in tre orette, senza fretta.
Prendiamo possesso di nostri posti in camera e l'intenzione sarebbe quella di salire la Cima d'Asta prima di cena, ma uno sguardo fuori dalla finestra ci ferma: tutto è avvolto dalla nebbia in alto. Scendiamo a goderci la pace del laghetto e decidiamo di salire in cima l'indomani, prima di partire alla volta del rifugio Caldenave.
La pace del rifugio è interrotta dall'arrivo di papà e figlia che, con marcato accento trevigiano e accompagnati dal flauto di lei, intonano vecchi canti alpini, senza per altro azzeccare la giusta tonalità. Assieme alle due ragazze con cui giochiamo a briscola elaboriamo alcuni suggerimenti per l'uso dello strumento che non è il caso di riportare su queste pagine.
Finalmente arriva l'ora di cena e le bocche dei nostri compagni possono riempirsi, concedendoci un pò di pace per le orecchie.
Fuori il cielo è coperto e con lui si offusca anche la speranza di vedere le stelle cadenti.
Così non ci resta che un bicchierino di grappa prima di andare a nanna.

domenica 10 agosto 2008

Gazzettino del Friuli, 9 agosto 2008

Prima di partire per lo Schenone, una vanitosa tappa da Gino del Tabacchino per comprare il giornale!!

Sospesi tra sole e canali: Monte Schenone

Dopo i diluvi del giorno prima e la mancata cima (ma non è andata poi così male se lo scopo l'abbiamo raggiunto lo stesso e siamo finiti in prima pagina sul Gazzettino!) sabato mattina, neanche a farci beffe, la giornata si presenta splendida! Un'aria fresca, un limpidissimo cielo e il bellissimo profilo delle nostre montagne ci accompagnano verso la nostra meta odierna: il monte Schenone.
Arrivati a Pietratagliata testiamo così il nuovo ponte, che sarà inaugurato martedì prossimo, e imbocchiamo la strada che sale alla malga Poccet.
Il primo tratto è a fondo naturale e abbastanza dissestato ma poco dopo tocchiamo di nuovo asfalto e, dopo numerosi tornanti, raggiungiamo la malga che gia da 5 anni è stata trasformata in agriturismo.
La gentilissima gestrice, indaffarata a pulire la ghiaia che il forte temporale di ieri sera ha trascinato sulla strada, c'invita a parcheggiare presso l'ingresso del suo locale. Dopo aver scambiato un paio di chiacchiere con lei proseguiamo a piedi alla volta del ricovero Jeluz assieme a Nicholas e ad uno scodinzolante Indy!

La strada sale dolcemente in un curato e fresco bosco e poco dopo raggiungiamo la verde chiara del ricovero Jeluz con bella vista sul misterioso Scinauz.
Proseguiamo e poco dopo imbocchiamo il sentiero 601 che, prima attraverso il bosco e poi su terreno sempre più aperto ma mai faticoso, ci porta a varcare la porticina che separa il Clap Del Jovel dallo Schenone.
Gia da un po' siamo catturati dalla bellissima parete ovest del Montasio e dai vicini Jof Fuart e Nabois e raggiunto questo varco la vista si amplia anche alla Val Dogna.
Il Cimone di fronte a noi ci osserva limpidissimo e a vederlo così oggi sembra proprio prenderci in giro! Lo guardo e mentalmente penso che prima o poi andrò a fargli visita, magari con una giornata come quella di oggi!
Il sentiero ora si sposta sul versante della Val Dogna e prosegue su una cengia che, a giudicare dai molti escrementi e dal vicino belare fa da panoramico giaciglio notturno ad un gruppetto di pecore! Essa si sviluppa prima su ripidissimi verdi poi intagliata nel fianco dello Schenone.
In breve siamo al cospetto della croce di vetta e dalla cima la vista può spaziare tutt'attorno!
Per aver fatto "solo" 500mt di dislivello il panorama è super! Anche Nicholas si sorprende della brevità della nostra gita odierna e deve anche ammettere che è stato un bel sentiero....e se lo dice Nicholas potete crederci!
Pranziamo lentamente godendoci il fresco sole e l'ampio panorama e dopo varie foto c'incamminiamo di nuovo sulla via del ritorno.
Alla m.ga Poccet brindiamo alle ferie con un'abbondante calice di grappa (la gestrice ha usato i calici da prosecco e li ha riempiti!!!) e sorridiamo ai divertenti racconti del giovane malgaro di casera Trattnern e Auernig.
Il pensiero di ben due settimane di ferie in giro per monti e la "sberla" di grappa ci ricaricano di buon umore e con l'augurio che siano tutte giornate di bel sole facciamo ritorno a casa.

sabato 9 agosto 2008

Piove, ma le SadSmokyMountains non si spengono






Venerdì mattina su Codroipo veglia un cielo grigio e carico di pioggia. Solita routine mattiniera: colazione, macchina fotografica? C'é! Giacca a vento? C'è! Fumogeni? Ci sono! E speriamo di riuscire a usarli!
Silvia e Renzo sono già per strada e l'appuntamento è verso le 8.30 ai Piani del Montasio. Poi partenza per il Monte Cimone per l'accensione finale delle Tristi Montagne Fumanti.
Arriviamo al parcheggio e di triste ci siamo solo noi, che sconsolati guardiamo verso il cielo. Piove, anzi diluvia!
E di fumante al momento c'è solo la nebbia che si sfilaccia attorcigliandosi alle cime tutto attorno a noi.
Che facciamo? Aspettare che passi e salire è impensabile, anche perchè da come si è messa smetterà solo l'indomani! Mentre dal fondo della Raccolana sala un lampeggiante e tonante temporale decidiamo di scendere a Nevea e di farci qualcosa di caldo al Julia.
Entriamo e il rifugio sembra un vero rifugio di montagna: alpinisti ed escursionisti ai tavoli scrutano sconsolati attraverso le finestre quel che accade fuori. E accade che non vuol smettere di piovere.
Mentre ci prendiamo un caffé uno dei visi all'interno del rifugio mi risulta conosciuto o perlomeno familiare: Frivoloamilano ma sei tu?
Non oso chiederglielo per evitare una possibile figuraccia.
Che faccio? Gli chiedo se è frivolo?
No, già il tempo è deprimente, evitiamo anche l'imbarazzo.
Ripartiamo alla volta dei Piani, decisi a salire al Di Brazzà e attuare lì, nel cuore dei Piani l'accensione. Un pò di pioggia (che scende a vasche da bagno e non nelle classiche catinelle) non può fermarci.
Arriviamo al rifugio belli inzuppati e ci accomodiamo all'interno. Informiamo delle nostre intenzione i gestori e riceviamo il loro consenso all'azione.
Bene, ora non ci resta che aspettare le tredici per l'accensione.
La pioggia non cala d'intensità e le nuvole continuano a correre ne cielo, oscurando e facendo riapparire a loro piacimento le cime circostanti.
Come d'incanto compaiono sull'uscio degli avventori: è un gruppo di Camisano Vicentino, impegnato in un trekking nelle Alpi Giulie. Anche a loro la pioggia ha guastato i piani. Avrebbero dovuto traversare da Valbruna per la Via Amalia, e invece sono arrivati in corriera a Nevea e sono saliti al rifugio.
Mentre loro si sistemano, noi ordiniamo qualcosa da mangiare. Si è fatto mezzogiorno e l'ora si avvicina.
Quando mancano dieci minuti all'una usciamo e ci avviciniamo alla bandiera, dove accenderemo i fumogeni, con noi c'è Vittorio, uno dei ragazzi vicentini, che gentilmente esce con noi sotto la pioggia per farci le foto.
Quasi a volerci sostenere il meteo ci concede un quarto d'ora di pausa: niente sole, ma nemmeno pioggia!
Il fumo rosso della vergogna si alza verso il cielo salutando i piani del Montasio e il Cimone, ancora nascosto dalle nuvole. Ci è mancata la cima, ma l'idea che ci muoveva è stata portata avanti.
Sperando che anche gli altri gruppi impegnati nell'accensione siano riusciti nell'intento, salutiamo gli amici vicentini e i gestori e torniamo a valle.
Certo, un pò di fumo colorato non cambia le cose, ma a volte una leggera brezza fa cadere le barriere più resistenti.
Pechino è lontana, ma il vento non ha frontiere.