Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

lunedì 23 febbraio 2009

Arriva la primavera?

Alcuni anni fa lessi su un giornale locale la lettera di un escursionista che, orgogliosamente, annunciava di avere "liberato" una montagna dalla sua ingombrante croce, divelta precedentemente da un fulmine, e di averla scagliata giù dalla cima!
La cosa m'infastidì parecchio, non tanto per l'idea di molti alpinisti che le montagne sono nate nude e così devono rimanere, ma per il fatto che con quel gesto, l'orgoglioso escursionista, aveva sì "ripulito" la vetta ma anche contribuito a "sporcarne" le pendici rendendo difficile se non impossibile il recupero della croce!
Io appartengo invece all'altra "metà" di quelli che vanno in montagna: quelli a cui fa invece piacere trovare in cima una Croce a cui rivolgere un pensiero di ringraziamento, una Madonnina alla quale sfiorare accarezzando il viso, o una campana, da cui far risuonare alcuni lievi rintocchi.

Quando percorro le strade che portano in montagna, il mio sguardo è sempre all'insù, alla ricerca di nuove Croci da scoprire e raggiungere.
E così, tempo fa, passando per Clauzetto, avevo notato sulla montagna che sovrasta l'abitato, una grande Croce e mi ero ripromessa di andare a darci un'occhiatina.
Trovato il monte sulla cartina e fatte alcune ricerche su internet, scoprivo trattarsi del Pic di Pala nelle cui vicinanze sorge anche la casera Polpazza, trasformata in agriturismo.

Questa domenica, reduci dalla serata di festeggiamenti per il compleanno dei miei genitori e, per quanto riguarda Luca, dalle fatiche ghiacciate di sabato, optiamo per un risveglio naturale e una meta montana facile e vicina.
Visto anche il meteo favorevole, carichiamo in auto Indy e Nicholas e partiamo alla volta di Clauzetto.

Arriviamo in questo tranquillo e panoramico paesetto, non a caso si fregia del titolo di balcone del Friuli, e imbocchiamo la strada che porta a Pradis di Sopra. Tutta la zona è punteggiata da piccole borgate, sparse tra collinette e avvallamenti dai colori tipicamente invernali, attraversati da strette stradine che ci portano prima alle case di Zuaniers e poi a quelle di Ropa, dove parcheggiamo in un piccolo spiazzo all'imbocco della forestale per casera Polpazza.

Con un leggermente nauseato Nik (impara a non leggere libri sulle strade a tornanti!), un impaziente Indy e uno scalcitante Alpin-frut nella panza, cominciamo a risalire la forestale che nel primo tratto è asfaltata e priva di cartelli di divieto, segno che d'estate si può salire direttamente in auto fino all'agriturismo.

Il sole filtra tra gli alti fusti degli alberi e illumina il tappeto di foglie rosse che ricopre il pendio che, con lunghi e dolci tornanti risaliamo.
Ai lati della strada qualche blocco di neve residua ha assunto forme divertenti e uno, a forma di coniglietto della Lindt, cattura la mia attenzione.

Più in alto la strada, nonostante sia stata ripulita, si fa innevata e nei tratti più in ombra anche ghiacciata, richiedendo maggiore attenzione anti-ruzzolamento.
Usciamo dal tratto boscoso in un ampio spiazzo innevato: sulla neve diverse orme di animali.
Il sole scalda i nostri visi e fa sembrare che la primavera sia gia arrivata! Il panorama salendo si apre, ed ecco apparire tra la foschia il M.te Rossa e più lontani il Piancavallo e il Verzegnis e, sotto di noi, la miriade di piccoli paesini che caratterizzano la zona di Pradis di Sotto e di Sopra.

Ancora alcuni tornanti e, in vista della casera Polpazza, abbandoniamo la strada e imbocchiamo la deviazione segnalata da un cartello con scritta "alla croce".
Il sentierino innevato, costeggiando la recinzione della casera, inizia a scendere attraverso un fitto boschetto facendoci perdere un centinaio di metri. Orme sulla neve ci conducono a un tavolo con panche e a una scalinata che risale una piccola collinetta dove il bosco finisce e la vista si apre di colpo verso la pianura friulana.

Ci troviamo sospesi su un pulpito sopra l'abitato di Clauzetto, sovrastati da un'alta Croce con Cristo e poco discosta una piccola Cappelletta che ripara una statua della Madonna in una grotta.
Ringraziato mentalmente entrambi per la bella giornata e la continua protezione di quello "spericulat" del mio moroso, volgo lo sguardo oltre la ringhiera che delimita il pulpito.
La fitta foschia c'impedisce l'estesa visuale che nelle giornate limpide spazia fino al mare.
Le campane di Clauzetto annunciano il mezzogiorno e seduti su una panca in cemento, sotto l'alta Croce, ci gongoliamo al caldo sole mangiucchiando panini e dolcetti.


Si sta da Dio!!!

Trascorriamo qui quasi due ore e poi decidiamo di andare a vedere anche la casera.
Risalito il sentierino con qualche affanno della sottoscritta, riprendiamo la strada che,passando per la casera Polpazza, serve anche alcune antenne e ripetitori posti sulle due cime del M.te Pala. All'apice della collinetta che la sovrasta è posto un binocolo (sfortunatamente al momento leggermente congelato) per osservare l'esteso panorama che si gode da quassù. Un cartello esplicativo della zona e con foto panoramica dei monti che circondano la zona e alcuni blocchi di cemento che fungono da panche sono posti li vicino. Più sotto la casera e la stalla, entrambe ristrutturate, ed un gazebo circolare con tavoli e panche, accolgono gli avventori affamati d'estate.
Una capatina la faremo pure noi a questo punto, visto il panorama e l'occasione di assaggiare i prodotti e il menù della casera!
Magari in compagnia dell'allegra combriccola di Sui Monti e Montagne Sottosopra!
Cosa c'è di meglio di trovarsi assieme a cari amici, con buon cibo e un bel panorama?
Alla prossima estate allora!

Ghiaccio e pietra

Prologo: giovedì scorso sono con Massimo Candolini che mi dice "In Saisera condizioni ottimali per il ghiaccio!".

Messaggio prontamente BigRoberto. Neanche il tempo di posare il telefonino che inizia a squillare: "A che ora sabato?

Sabato partenza alle 7.30. Per strada c'è poco traffico e filiamo veloci. Superiamo Valbruna e ci inoltriamo in Saisera. Ai lati della strada due muri di neve. Superiamo il cimitero di guerra e raggiungiamo la Saisera Hutte (?? e da quando esiste?) e parcheggiamo ghignanti a fianco di un pick-up nero.
Siamo in compagnia e il ghiaccio è sicuramente in condizione, altrimenti la vecchia volpe Gianni non si muove!
Rapidi preparativi nel freddo del mattino (chiodi, casco.. ok! Imbrago... si questa volte c'è! Corda... c'è nè addirittura tre!) e via verso il desiderio.Ci addentriamo per una bella traccia nel bosco e in breve arriviamo nell'anfiteatro di cristallo. Salutiamo Gianni e i suoi allievi e iniziamo a prepararci.
Iniziamo salendo sulla sinistra il muro principale. Sale Roberto e io seguo. Il ghiaccio è ottimo e la salita divertente. Dopo esserci scaldati spostiamo l'attenzione su due linee hot! M8 e M6.
Attrezziamo la sosta per arrampicare in moulinette e affrontiamo il misto M6 di Peter. Parte Robertone e inizia subito a tirare. La partenza è peperina, e ce ne vuole per averne ragione!
Viene anche il mio turno e dopo due tentativi sulla roccia strapiombante le braccia sono "acciaiate" alla grande. Mi calo e dopo aver ripreso fiato e braccia riparto sull'esile candela basale (avrà si e no 15 cm di base). supero delicatamente i primi due metri di candela e mi sposto sulla pietra.

Il misto è tutto un altro mondo. Un gioco perverso di incastro ed equilibrio. Ha ragione Roberto quando dice che ti apre un'altra visione dell'arrampicata, dopo di questo il ghiaccio è semplicemente ghiaccio! Che cosa sto dicendo? Bisogna solo provare!

Le braccia pompano alla grande e le mani si aprono, senza poterle controllare, inizio ad avere caldo! Molto caldo! Dopo un attimo, incredibilmente lungo, d'impaccio, riesco a passare dalla roccia al ghiaccio: ghiaccio a 90°, verticale e faticoso, ma alla fine esco e sono felice. Veramente felice e veramente cotto!
Attrezzo un'altra sosta sopra un bel tetto con candele strapiombanti, dove Roberto dà dimostrazione di tecnica, bravura e forza! Soprattutto forza! Incredibile pensando che ha dormito tre ore e fatto colazione con uno yogurth!!
Si è fatto mezzogiorno e spilucchiamo qualcosa prima di affrontare la lunghezza di M8.
Una sezione su roccia strapiombante e una candela pensile di 10 metri! Bellissima!
Roberto sale quasi senza fatica apparente, ma la difficoltà si fa sentire anche su di lui. Peccato che c'è un sottile strato di ghiaccio sull'uscita che gli impedisce di chiudere il tiro!
Ci spostiamo per un tiro di riposo sul lato destro della colata principale. Mi sciroppo un bel tiretto divertente di ghiaccio morbido e recupero in sosta Robertone. Rinunciamo al secondo tiro poichè il ghiaccio non sembra ottimo e puntiamo a chiudere il tiro di M8.
Le mie braccia e una miriade di muscoli di cui non conoscevo l'esistenza mi inducono a limitermi ad assicurare il mio compagno che si lancia nuovamente alla conquista, raggiunge nuovamente il penultimo rinvio e nuovamente desiste. Lo calo, ma tutt'altro che mestamente!

In effetti la giornata è stata tutt'altro che mesta!

E così stanchi e soddisfatti (e con il naso sbucciato, ma è un'altra storia) facciamo ritorno all'auto e raggiungiamo Gianni e gli altri alla Saisera Hutte per una meritata Grosse Bier!

martedì 17 febbraio 2009

Toh! Chi si rivede!

E già! Era da un pò che i nostri sentieri si erano divisi! Da una parte il richiamo del ghiaccio verticale e delle salite invernali, dall'altra la maternità che avanza, sta di fatto che era da Natale che io e l'Alpingirl non andavamo in montagna assieme.

E così, dopo aver festeggiato il compleanno di Nic con i nonni sabato sera, ci risvegliamo soli soletti la domenica mattina: destinazione? Boh. Intanto andiamo a Gemona e vediamo se c'è qualcuno degli amici a farci compagnia. Appena partiti Denis ci avvisa che non è della compagnia e quindi siamo io e lei. Un regalo di San Valentino?

Le idee sono due: ricovero di Ciurciule nel vallone di Malborghetto, o il monte Consavont da Tugliezzo. In auto c'è tutto: cjaspe, arva, pala sonda... ma l'Alpinmamma non ha tanta voglia di neve, anche se mi offro di pestar per bene la traccia! Le lascio la decisione.

Tugliezzo!
Arriviamo a Carnia e svoltiamo sulla destra in direzione della piccola borgata. La strada sale dolce fino alla sella dove sorgono le casette di Tugliezzo e parcheggiamo l'auto in prossimita della cappella dedicata a Sant'Ubaldo da parte dei cacciatori di Carnia.

Tutt'intorno a noi il deserto, non c'è nessuno!

Un'altro regalo?
Fa freddo e ci prepariamo alla svelta. Raggiungo un'intabbarata Nadia sulla finire della sella e iniziamo la nostra gita.


E la gita inizia subito in discesa, lungo la strada che scende lungo il vallone del rio Lavarie. Il sole si nasconde dietro il monte Ciuicis e l'aria pizzica la pelle scoperta. Il cielo è terso e ci ragala una bella vista sul gruppo del Sernio e della Grauzaria, che si ergono poderosi alla nostra sinistra. La strada fa un lungo tratto in falsopiano e poi inizia a salire con qualche tornante, ma senza grosse difficoltà ne pendenze. Raggiungiamo in silenzio gli Stavoli Cuel Lung basso da dove si gode un magnifico panorama su Amariana e Verzegnis.



Proseguiamo oltre, il sentiero sale calmo verso l'insellatura di Stavoli Cuel Lung alto. Il borgo è immerso nel freddo e silenzioso abbraccio dell'inverno. Pare tutto fermo. Come se la vita si fosse fermata di colpo per riprendere all'improvviso. Le case hanno la porta aperta, come se il proprietario dovesse ritornara da un momento all'altro. Sbirciamo dentro: gli zoccoli sull'uscio, la dispensa piena, qualche pentola sul lavello e la tavoglia sul tavolo. Frammenti di vita fermati come in un fotogramma.



Lasciamo la borgata percorrendo un vialetto tra le siepi, quando il sentiero inizia a scendere verso il rio Chiampeit, prendiamo a sinistra risalendo il pendio, verso il sole, in direzione del bosco che veste le pendici del Consavont. Nadia si ricorda di aver letto da qualche parte che è una cima molto panoramica. Iniziamo a salire nel bosco e qualche dubbio sulla sua panoramicità inizia a manifestarsi nelle nostre teste.


Infatti, il panorama c'è! Ma è imprigionato tra i rami degli alberi!
Un pò delusi dalla cima boscosa andiamo in cerca di un posticino dove mangiare qualcosa al riparo dal vento che inizia a farsi sentire tra i rami. L'AlpinMamma e l'AlpinFrut hanno bisogno di energie!
In una piccola radura troviamo riparo dal vento fastidioso e in balia di un caldo sole ci lasciamo conquistare da un panino al formaggio e dalla splendida maestà dell'Amariana che sbuca tra le chiome degli alberi.

Ci sarà pure il sole, si starà pure bene, ma la noia di un panorama chiuso ci coglie su queste cimette e decidiamo di proseguire lungo la strada del rientro. Scendiamo alla selletta degli stavoli Cuel Lung alto, accolti da luci e ombre che giocano sulla neve.



Con l'amaro in bocca per aver sprecato una così bella giornata per una meta cosi blanda e insignificante, non piangiamo sul latte versato e scrutiamo l'orizzonte cercando nuove mete, nuovi sentieri da percorrere assieme.


La cima è stata una delusione, ma viene comunque messa in secondo piano dalla vista sulla Val Resia e sulla valle del Tagliamento che godiamo dai prati degli stavoli: il "nostro" Sart domina la vista a ovest, mentre il gruppo del Plauris si mostra imponente con la sua mole da sud.


Dopotutto la giornata non è da buttare via del tutto. Sulla strada del ritorno l'Amariana è ancora generosa di grandiosi scorci, e un cielo azzurro ci accompagna di nuovo alla macchina.


Ritorniamo a Tugliezzo baciati in fronte dal sole e la sella solitaria che ci ha accolto al mattino riecheggia di voci lontane, ci sono una decina d'auto a far compagnia alla nostra: chissa dove sono andate tutte queste persone. Al Franz?

Un altro regalo.

venerdì 13 febbraio 2009

La paura del dolore

Montagna scuola di vita. Una frase un pò retorica, ma amata da molti alpinisti. E non solo. Viene usata anche da diverse istituzioni che organizzano periodi di vacanza per i giovani in località montane per creare il senso di comunità, di condivisione, ed educare gli uomini e le donne di domani.
Montagna vista anche come madre che abbraccia i suoi figli: ora nella gioia di una cima conquistata, ora nella contemplazione del creato (laica o religiosa che sia), ora nell'ultimo abbraccio che può dare una madre al suo figlio. Il più tragico per una madre.
Dicevo montagna scuola di vita. Ma cosa ci insegna questa scuola. Fatica. Impegno. Dolore. Infine gioia. E paura. Quella paura che ti ferma sul passaggio difficile: ci sono giorni che ti aiuta a superarlo, ci sono giorni in cui ti fa tornare indietro, verso casa.
Fatica. Dolore. Impegno. Paura.
Parole dimenticate nella società di oggi, dominata dall'edonismo e dal timore di queste parole.
In questi giorni ho visto e sentito questo timore riversarsi su di un povero corpo, martoriato dal non vivere. E mi chiedevo perchè la gente ha paura della morte a tal punto da sostenere morbosamente la non vita.
La risposta l'ho trovata in quelle quattro parole. Non le temo. Ho imparato ad assecondarle seguendo il mio diletto nel corso di vent'anni.
La montagna scuola di vita si dice. Forse non è una frase tanto retorica. Il caso che in giorni ha diviso il paese in due fazioni più vicine ad un tifo da stadio che non a un confronto civile moralmente accettabile ha rafforzato la mia convinzione che senza poter sentire sulla pelle gli insegnamenti di questa scuola la vita non ha senso. Anche la piante sentono il sole e la pioggia e vivono.
Hanno detto che questo caso segnerà la nostra vita e quella del paese, che Udine non sarà più la stessa. Io penso che tra due mesi nessuno se ne ricorderà più di tanto. Bastano un paio di vittorie della nazionale di calcio a rimandarla nell'oblio.
Intanto il pellegrinaggio di una figlia è terminato nelle terre alte. Nel freddo abbraccio della montagna d'inverno, riscaldato dal ricordo di chi le ha voluto bene veramente. Sarà un caso?
Mi piace credere di no.

lunedì 2 febbraio 2009

DonneAvventura a zonzo in Val Venzonassa

06:35 di sabato mattina.
La dolce melodia del cellulare di Luca si diffonde nel buio della nostra camera e ci risveglia dolcemente. Mica come la mia sveglia, che sarà si di ottima marca, ma a quanto a suoneria lascia molto a desiderare!
L'Alpinauta si alza pigramente e inizia i suoi preparativi montani, mentre io poltrisco sotto le coperte: l'appuntamento con Enrica e il nostro giretto sulle Prealpi è per le 8.30. Posso prendermela comoda anche se so gia che non mi riaddormenterò, anzi: l'Alpinauta dopo essere uscito si ripresenta alla porta dopo due minuti e con bussare impaziente chiede di rientrare!
Cosa avrà dimenticato stavolta??? E le chiavi che gli ho dato che fine hanno fatto?!
Mi alzo rassegnata e il mistero è risolto: nella toppa ci sono le mie e le sue dall'esterno non entrano! Luca si precipita in camera e, afferrato un pile scappa all'incontro con il compagno di pazzie odierne!
Oramai che sono in piedi inizio anche io i miei preparativi e cerco di ricordare qual'è stata l'ultima volta che io ed Enrica abbiamo fatto un'uscita a due. Sarà stata quella volta del Corbellini? Chi se lo ricorda!
Enrica.
La incontrai per la prima volta cinque anni fa ad una gita del Cai sulle Apuane.
Entrambe novelle iscritte, con un matrimonio fallito alle spalle e un figlio maschio della stessa età, scoprimmo in Toscana di abitare a pochi chilometri l'una dall'altra. Passammo due belle giornate assieme al Cai e una volta rientrate ci ripromettemmo di fare qualche uscita tra di noi con e senza i pargoli.
Così è stato e molteplici sono state le nostre avventure assieme, tanto che ci siamo affibiate il soprannome di DonneAvventura!
Tre anni fa l'incontro per entrambe con i nostri baldi e amati uomini e da allora le nostre avventure a due hanno subito un brusco stop! Accompagnate sempre dai nostri compagni o da altri amici abbiamo fatto molte uscite assieme ma mai più da sole.
Fino ad oggi.
Mi presento a casa sua con un quarto d'ora d'anticipo e la osservo mentre fa colazione con Claudio. Entrambe siamo state molto fortunate a trovare due ometti che ci vogliono bene e che condividono con noi la stessa passione.
Claudio magari si lascia catturare dalla pigrizia ogni tanto ed Enrica lo deve spronare un po' mentre io ho il problema opposto: ogni tanto devo calmare l'eccesso di sicurezza dell'Alpinauta nei miei confronti e riportarlo ai miei livelli alpinistici!
Salutato Claudio e caricato il necessario, partiamo alla volta di Venzone.
Date le recenti nevicate, la mia gravidanza e il mal di schiena di Enrica, optiamo per una bella scarpinata su strada sterrata e senza eccessivi dislivelli, che ci porterà a scoprire un po' la Val Venzonassa. Entrambe non ci siamo mai state e, dopo un veloce sguardo alle indicazioni sulla guida, manchiamo letteralmente l'entrata giusta e arriviamo fino a Portis!
Mannaggia! Non c'è nessuna indicazione per Borgo Sottomonte!
Giro e torno indietro e, destreggiandomi tra le viuzze di Venzone, azzecco al primo colpo la strada che si addentra nella valle.
La strada sale stretta e con poche barriere ed Enrica guarda apprensiva la profonda forra che si apre sotto di noi: "se caschiamo lì siamo morte" se ne esce! Ma va la!!
Arriviamo a Borgo Costa e una scritta "divieto di transito" sul guard rail ci costringe a parcheggiare.
Ma è valido un divieto scritto sul guard rail? boh, meglio non rischiare!


Ci prepariamo e iniziamo il primo tratto di strada..in discesa! Enrica, che si è dopata con un bell'antidolorifico, mi guarda e mi dice uno dei tanti "Nadia, ti copi!" della giornata. E sì, perchè sulla cartina tutti quei saliscendi della strada mica erano evidenti! Per fortuna che da brave donnine babiamo tutto il tempo e le controrisalite alla fin fine passano inosservate!



Il Plauris sbuca a tratti dalle nuvole, mentre arriviamo al vero divieto con tanto di segnale e, attraversata un'ampia e sgocciolante galleria, giungiamo ai ruderi spettrali di borgo Maieron. Le alte mura delle case giacciono abbracciate da alberi e edera e ci osservano silenziose mentre continuiamo verso Borgo Prabunello.
Un uomo e una ragazzina ci sorpassano velocemente e assieme al loro cagnolino ci seminano in un battibaleno con la loro andatura veloce.
Arriviamo al piccolo borgo, composto da tre case in pietra ristrutturate e salutiamo due vecchietti intenti nel loro lavoro di pulizie. Ci osservano ricambiando il saluto e poco più in alto decidiamo di imboccare un sentiero che taglia un ampio tornate e che ci porterà in trenta minuti al Plan di Frassin.
Sono un po' titubante, avendo letto sulla guida che il sentiero attraversa una cengia scoscesa, ma, stufe della monotona strada, cedo alle insistenze di Enrica di cambiare scenario.

Il sentiero parte ben definito, per poi scomparire per una ventina di metri nell'erba alta! Da brave DonneAvventura decidiamo di inventarcelo e poco dopo ricompare per poi interrompersi bruscamente a causa di un enorme albero caduto! Impossibile passarci sopra o sotto: le alternative sono tornare indietro o risalire il ripido pendio fino alle radici e ridiscendere dal lato opposto.
Enrica mi guarda e dice entusiasta: Donneavventura!
Alzo gli occhi al cielo e inizio a risalire l'umido pendio stando attentissima a non scivolare! Per fortuna qualcun'altro ci ha preceduti e ha lasciato delle profonde impronte che uso come gradini. Salendo penso a quale altra matta, incinta di quasi quattro mesi, farebbe altrettanto!
Aggiro le enormi radici dell'albero e scendo cautamente dal lato opposto seguita da un entusiasta Enrica: l'antidolorifico ha fatto effetto!
Arriviamo così al tratto più bello del nostro itinerario: uscendo dal bosco il sentiero diventa roccioso e franoso e divalla verso l'alveo dove scorre il Rio Bruschie che attraversiamo su un ponticello inerbito.


Il posto è davvero carino con diverse cascatelle dalle acque azzurrissime!

A malincuore lasciamo questo fresco angolino e riprendiamo la salita nel bosco del versante opposto e in breve raggiungiamo il panoramico Plan del Frassin e la sua blindata casera.



Il sole fa per un po' capolino tra le nuvole e ci permette di ammirare gli ampi pendii alle falde delle cime innevate del Plauris e del Lavara.
Decidiamo di proseguire per casera Navis e pranzare li.
Ennesima discesa e, dopo quaranta minuti, come recita il cartello, scorgiamo nella boscaglia, il tetto della ristrutturata casera Navis, una cui parte è stata adibita a bivacco.

Firmiamo il libro del bivacco e ci accomodiamo ai tavoli con panche posti all'esterno. Il sole si è definitivamente nascosto tra le nuvole e l'aria è fresca. In mezz'ora terminiamo il nostro pranzo e ci rimettiamo subito in marcia per il lungo rientro.


Riguadagnato il Plan del Frassin, decidiamo di seguire la strada in alternativa al sentiero di salita e sbuffando per l'ennesima controrisalita raggiungiamo un trattore che ci sbarra la via e sette baldi uomini intenti a caricare pesanti tronchi su un carro con la sola forza delle braccia!
Dopo divertenti battute del più anziano sul fatto che è logico che le donne scappino e facciano le corna agli stanchi uomini, li salutiamo e ridendo raggiungiamo di nuovo borgo Prabunello.
Da un vicino fosso un fumante profumo sale da un nero agglomerato che scopriamo essere vinaccia e i due vecchietti, con voce molto alticcia, ci invitano insistentemente ad entrare in casa loro per un caffè e una buonissima grappa appena distillata!


A quanto pare gli effluvi hanno avuto il loro pesante effetto sui due e praticamente scappiamo ridendo dai loro richiami insistenti.
Siamo quasi arrivate all'auto che ci raggiungono con la loro Panda: affiancateci dicono a malincuore che "chi non vuol non merita" e prendendoci bonariamente in giro per i bastoncini, "sarete mica delle vecchiette?", con un sorriso ci salutano e ripartono a tutta birra, o in questo caso a tutta grappa, giù per i tornanti della strada!


Ridendo raggiungiamo l'auto e ritenendoci soddisfatte della giornata, degli incontri e della scoperta di un nuovo angolo del nostro Friuli, facciamo rientro a casa dai nostri baldi uomini. Chissà come sarà stata la loro giornata? Quella delle DonneAvventura è stata davvero divertente!