Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

venerdì 13 febbraio 2009

La paura del dolore

Montagna scuola di vita. Una frase un pò retorica, ma amata da molti alpinisti. E non solo. Viene usata anche da diverse istituzioni che organizzano periodi di vacanza per i giovani in località montane per creare il senso di comunità, di condivisione, ed educare gli uomini e le donne di domani.
Montagna vista anche come madre che abbraccia i suoi figli: ora nella gioia di una cima conquistata, ora nella contemplazione del creato (laica o religiosa che sia), ora nell'ultimo abbraccio che può dare una madre al suo figlio. Il più tragico per una madre.
Dicevo montagna scuola di vita. Ma cosa ci insegna questa scuola. Fatica. Impegno. Dolore. Infine gioia. E paura. Quella paura che ti ferma sul passaggio difficile: ci sono giorni che ti aiuta a superarlo, ci sono giorni in cui ti fa tornare indietro, verso casa.
Fatica. Dolore. Impegno. Paura.
Parole dimenticate nella società di oggi, dominata dall'edonismo e dal timore di queste parole.
In questi giorni ho visto e sentito questo timore riversarsi su di un povero corpo, martoriato dal non vivere. E mi chiedevo perchè la gente ha paura della morte a tal punto da sostenere morbosamente la non vita.
La risposta l'ho trovata in quelle quattro parole. Non le temo. Ho imparato ad assecondarle seguendo il mio diletto nel corso di vent'anni.
La montagna scuola di vita si dice. Forse non è una frase tanto retorica. Il caso che in giorni ha diviso il paese in due fazioni più vicine ad un tifo da stadio che non a un confronto civile moralmente accettabile ha rafforzato la mia convinzione che senza poter sentire sulla pelle gli insegnamenti di questa scuola la vita non ha senso. Anche la piante sentono il sole e la pioggia e vivono.
Hanno detto che questo caso segnerà la nostra vita e quella del paese, che Udine non sarà più la stessa. Io penso che tra due mesi nessuno se ne ricorderà più di tanto. Bastano un paio di vittorie della nazionale di calcio a rimandarla nell'oblio.
Intanto il pellegrinaggio di una figlia è terminato nelle terre alte. Nel freddo abbraccio della montagna d'inverno, riscaldato dal ricordo di chi le ha voluto bene veramente. Sarà un caso?
Mi piace credere di no.

5 commenti:

Carlo de Ts ha detto...

caro alpinauta l'hai messa giù bene. d'altro canto in una società in cui si aggiusta tutto pur di non sembrar vecchi, ci si trapianta capelli e quant'altro per il culto dell'apparire non si può certo pretendere che non ci sia la paura di morire, e non mi riferisco al timore insito dentro di noi, perchè tutti vogliamo vivere, questo è ben chiaro mi pare. Io penso che tutte queste persone abbiano la consapevolezza del loro vivere vuoto, per cui si aggrappano anche alla non-vita per non affrontare mentalmente la morte, la fine del nulla.

Sofia 77 ha detto...

mi piace che sei riuscito a parlare di un fatto senza citarlo . Concordo sul fatto che se sei vivo, ma non puoi sentire la vita che ti scorre sulla pella sei un non-vivo. sei solo un meccanismo biologico. Papa Giovanni Paolo II aveva espressamente detto di non voler essere rianimato. Sapeva di aver condotto una grande esistenza ed era sereno nell'aspettare la fine. Come dice Carlo, lui non era "vuoto", non era nulla. Per piccola che sono anch'io non mi sento nulla.
Ho apprezzato le parole del Dalai Lama: non intrappoliamo un'anima in un corpo morto, o giù di li.

Annarita ha detto...

argomento difficile. certo viviamo in una società decadente, dove le parole che hai scritto fanno paura. si ha paura della fine, del dolore, della fatica. condivido quello che scrivi, ma io non so. spererei sempre in un miracolo della scienza, anche a distanza di anni. poi pero penso: ma se mi sveglio dopo 17 anni... che vita farei? sono tanti. Non so, non so se accetterei la fine. meglio "murì di un colp" diciamo noi friulani vero? però anche questo è facile. Non so. Se riuscite ad accettare l'idea della fine vi invidio

Frivoloamilano ha detto...

Certo,argomento difficile, come difficile deve essere trovarsi a tu per tu con la propria coscienza e dover prendere una decisione; ognuno ha la sua, diversa rispetto alla stesso problema perchè diverse sono le nostre storie, la nostra cultura, il nostro credo. Uno Stato giusto dovrebbe tener conto di queste differenze e avendo a mente le varie sensibiltà adoprarsi affinchè sia meno oneroso e duro, nel rispetto delle coscienze, decidere.

montagne sottosopra ha detto...

Anche stavolta lo show mediatico a fatto il suo e i politici altrettanto. Come per il Tibet, passate le olimpiadi il problema è scomparso dai video e dai giornali. Ma il problema resta. Le nostre coscienze fanno il loro percorso e le ragioni sono personali. Su questi argomenti è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Direi che può bastare. Mi piace ricordare solo le parole di don Tarcisio Puntel da riassumere così: " sui nostri monti , sulle nostre rocce ora splende una stella alpina". Ricollegandomi quindi alla montagna scuola di vita e alle tue quattro parole significative posso dire, per me, che non sono da temere ma da rispettare, come rispetto ci vuole per questa triste storia.

Luca