Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

giovedì 30 ottobre 2008

Riflettiamo un attimo

Lettera di Paolo Rumiz al presidente del Cai Annibale Salsa.
In occasione del 98esimo Congresso del CAI - Predazzo .

Caro Salsa, ti invio questo mio intervento perché sia letto nella sede appropriata. Mi dispiace non essere venuto, ma nella lettera capirai.

Cari amici,

E’ curioso che non possa essere qui tra voi perché il mio giornale mi ha spedito a occuparmi di montagna. Questa mia diserzione è figlia della stessa emergenza che sarà sul tavolo dei vostri lavori. Devo vedere cosa accadrà quando la scure dei tagli pubblici si abbatterà sulle ultime scuole lasciate a presidio delle valli più lontane e spopolate. Lo dico con dolore. Per l’ennesima volta devo monitorare un abbandono di terre alte che apre la strada ai… cinghiali, al degrado e al saccheggio delle risorse. Il mio disappunto per non essere qui a Predazzo è attenuato – ma solo in piccola parte - da questa mia “chiamata alle armi” a difesa dei territori di cui - oggi qui - vi occupate.

Questa mia non è una semplice lettera formale di scusa per un’assenza. E’ qualcosa di più. E’ un’invettiva contro il degrado della montagna di cui vorrei che il Cai tenesse conto, e quindi vorrei fosse considerato un intervento a tutti gli effetti. Ritengo che i lavori sulla Tutela ambientale debbano essere prioritari su qualsiasi altra discussione, tale è l’emergenza che ci troviamo a fronteggiare. Tutto il resto – reclutamento soci, cultura, manifestazioni - sono quisquilie rispetto alla trasformazione biblica cui stiamo assistendo e che la civiltà dello spreco fa di tutto per non farci vedere nella sua reale gravità.

Gli alpinisti non sono una casta. Essi fanno parte dell’Italia e non devono tutelare se stessi per costruirsi serre riscaldate, ma esporsi in prima linea – nel vento forte - per tutelare coraggiosamente il loro Paese, il nostro Paese, senza guardare in faccia nessun Governo, nessun colore politico, nessuna confraternita di pressione economica o politica. Vorrei che il Cai sapesse di essere una lobby e di avere una massa critica e una capacità di pressione sufficienti a cambiare le cose, una forza d’urto che esso può esercitare, se necessario, platealmente, facendosi sentire con iniziative clamorose sotto il portone del Palazzo. Non ci sono più alibi per defilarsi.

Ho cominciato a frequentare la montagna da bambino. Da adolescente ho sognato le prime arrampicate leggendo “Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, e talvolta, inseguendo questo eroismo ho rischiato la vita da incosciente. Erano gli anni in cui, specialmente nella mia Trieste, le Alpi erano le sentinelle della Nazione. Da Aosta a Tarvisio gli Alpini uscivano ancora con i muli. Poi è arrivata la stagione adulta, il sesto grado, le nuove vie aperte in Pale di San Martino, Gruppo dell’Agner, Dolomiti della Sinistra Piave. A trent’anni ho lasciato l’arrampicata, quando ho messo su famiglia, ma ho continuato a frequentare la montagna con occhio attento alle sue genti e al suo habitat.

Negli anni seguenti ho raccontato l’Alpe come giornalista e scrittore, continuando a percorrerla in silenzio, e più la percorrevo, più aumentava la mia insofferenza per certo alpinismo – ginnico, narciso e dunque infantile - che puntava all’estremo ignorando tutto ciò che circondava lo strapiombante itinerario verso la vetta. Tutto, a partire dagli uomini. Essi non vedevano l’agonia dei ghiacciai, l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione dei villaggi, la requisizione delle sorgenti, l’aggressione agli ultimi spazi vergini, la cementificazione degli altopiani, la costruzione di impianti di risalita nel cuore di parchi naturali. Non reagivano allo smantellamento del paesaggio che la nostra Costituzione ci impone di tutelare.

Nel 2003, l’anno della grande sete, ho monitorato le Alpi, in un affascinante viaggio di quattromila chilometri dal Golfo di Fiume fino alle Alpi Liguri. Ne ho tratto un racconto a puntate uscito in 23 puntate su “la Repubblica”, una pagina al giorno. Il Grande Male che ci mina dall’interno era visibile ovunque, nel prosciugamento dei fiumi. Mai nella storia d’Italia, erano stati così spaventosamente vuoti. Il loro simbolo era il Piave, teoricamente sacro alla Patria, ma praticamente ridotto a un rigagnolo, un greto allucinante spesso più alto delle stesse strade che lo costeggiano. Uno stupro perpetrato dalla stessa Enel che aveva ereditato il Vajont.

Non esiste in Europa un Paese con i fiumi nello stato pietoso di quelli italiani. Le nostre acque non mormorano più, sulle nostre valli scende una cortina di silenzio funebre di cui nessuno parla. La gravità della situazione non sta solo in quelle ghiaie allucinanti, ma nel fatto che pochissimi le notino, nel fatto che TUTTO attorno a noi – dalla pubblicità audiovisiva nelle stazioni alla dipendenza nazionale dai telefonini - è costruito perché non ci rendiamo conto del disastro e continuiamo a dormire sonni tranquilli fino a requisizione ultimata delle risorse superstiti.

L’opinione pubblica italiana dorme, sta a noi svegliarla. Sta a noi, innamorati della montagna, ricordare che l’Italia è malata e nonostante questo c’è chi vuole succhiarle le ultime risorse. Una notissima multinazionale dell’alimentazione sta apprestandosi a requisire le ultime fonti dell’Appennino tosco-emiliano; altre società hanno catturato le residue sorgenti libere della Val Tellina con la scusa di preservare una risorsa preziosa. Si inventano eufemismi per consentire gli espropri: per esempio “neve programmata”, per nobilitare quel salasso di fiumi moribondi che si chiama innevamento artificiale.

Si afferma che pompare acqua dai fiumi serve a sostenere l’economia della montagna e quindi a evitare lo spopolamento, ma tutti – anche i citrulli – sanno che quegli impianti affogano in deficit spaventosi che la mano pubblica, resa sensibile da opportune donazioni, sarà chiamata a coprire con i nostri soldi. E tutti, nel comparto, sono a conoscenza che più nessuno in Austria, Francia, Slovenia, Svizzera e altre nazioni montanare d’Europa, programma seggiovie a quote dove la neve non arriva se non episodicamente.

Ma la grande scoperta della mia vita di giornalista è stata l’Appennino, che ho percorso metro per metro nel 2006, dando vita a un’altra serie di reportage. Ho scoperto un arcipelago di meraviglie e una rete di uomini-eroi che si ostinano a resistere in quota perché hanno la lucida certezza che l’equilibrio del nostro Paese dipende dalle terre alte. Un’Italia minore, dimenticata dal potere, della quale temo che il nuovo federalismo in auge servirà solo a sdoganare il saccheggio.
Il simbolo di questa aggressività suicida del Paese verso la sua montagna l’ho visto incarnato nella pastorizia, massacrata di divieti e schiacciata da un’alleanza fra burocrati di provincia e una grande distribuzione che spaccia nei nostri negozi carne straniera senza nome e senza qualità. La pastorizia, cenerentola dimenticata, dopo essere stata per secoli inestimabile ricchezza del Paese.
Sempre più spesso capita che ai piccoli comuni spopolati e in bolletta si presentino emissari di grandi aziende che, in nome dell’equilibrio ambientale e altre cause nobili come l’abbattimento del CO2 o il salvataggio delle acque, propongano la costruzione di piccole o grandi centrali, come quella a biomasse che presto stravolgerà la parte più intatta dell’Appennino parmense. Senza più lo Stato alle spalle, questi Comuni non hanno più gli argomenti tecnici e la capacità contrattuale per dialogare alla pari con questi giganti danarosi, capaci di mettere a tacere qualsiasi resistenza. La montagna da sola non ce la fa a proteggersi. Anzi, talvolta è la peggior nemica di se stessa.

Per questo credo che, oggi nel Cai, il ruolo di sentinella dell’Alpe vada rivisto. Noi soci restiamo sentinelle, certo: sapendo però che il nemico non è più esterno alla frontiera, ma abita qui e si muove come vuole nella finanza, nell’economia e nella politica del Paese. Per batterlo serve un’alleanza fra città a provincia, alpinisti e montanari. Il Cai deve ritrovare lo spirito delle origini, laico e indipendente dell’Italia post-risorgimentale che partì alla scoperta di se stessa, monitorando, crittografando, esplorando con passione ogni angolo sperduto del territorio appena unificato. L’Italia è un Paese di montagna, e non voglio che diventi un’esausta colonia, a disposizione di poteri senza patria.

E verrà un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smetteranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non andranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sordi a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono vissuti per millenni.

Sembrano le piaghe d’Egitto. Invece è l’Italia di oggi. Pensate che uno ci dica tutto questo, un profeta solitario incontrato per strada. Gli daremo del matto? Oppure taceremo per la vergogna di ammettere che è già successo e di non aver fatto niente per impedirlo?

Paolo Rumiz
Intanto che leggevo queste righe alla radio parlava un rappresentante di Promotur. Diceva che la sospensione della costruzione della Pista del Pellegrino è un danno per lo sviluppo della montagna. Mentre parlava mi tornava in mente una gita di qualche anno fa, in inverno, sul Lussari per quel sentiero: ricordo bene i sorrisi e i saluti tra chi saliva a piedi o con gli sci, e gli sbuffi ansimanti di qualcuno, la salita alla Cima Cacciatori e la discesa iperveloce lungo la via di salita. Ed ero contento di felicitarmi per il danno arrecato allo sviluppo della montagna.
O di Promotur?

lunedì 27 ottobre 2008

Maestoso Cimone

Ma buongiorno! Ben alzato!
Saluto così il rosso sole che, pigro, si alza ad oriente mentre raggiungo in auto Gemona.
Oggi sono sola: Luca è occupato nel chiosco di San Simone e Nik gli fa volentieri da assistente.
Pur di non venire in montagna questo e altro!
L'appuntamento con Ilaria e Denis è per le 7.00 all'uscita dell'autostrada. Puntuali all'appuntamento solo Denis con gli amici Luca e Serena. Di Ilaria non c'è traccia! Il mistero è svelato poco dopo: ci aspetta ad Amaro!
La raggiungiamo e poco dopo puntiamo le auto verso Sella Nevea e i bellissimi Piani del Montasio, già di prima mattina affollati! In molti hanno voluto approfittare di questa bellissima e forse ultima, calda giornata di fine ottobre!
La meta odierna è il Cimone, che sornione ci osserva imponente nell'aria limpida mentre ci avviciniamo alle casere Pecol e imbocchiamo il sentiero 621.
Con una lunga traversata in quota sul versante a solatio del monte Zabus, attraversiamo tratti boscosi e rocciosi e canaloni che scoscendono in Val Raccolana. Zigzagando passiamo sotto la caratteristica Grotta delle Pecore, un affioramento roccioso a forma di fungo, caratterizzato da grotticelle, clessidre e nicchie..una vera scultura dall'aspetto però molto friabile che ci fa affrettare il passo.
Ancora un paio di faticosi tornantini e raggiungiamo l'impressionante e tetra Forca di Vandul, a cui Findenegg attribuì l'eloquente appellativo di "porta dell'inferno". E ora capisco il perchè: gli impressionanti paretoni a precipizio del monte Zabus ci lasciano senza respiro, mentre sotto di noi si apre un abisso spaventoso!
I primi stambecchi cominciano ad osservarci dall'alto delle rupi mentre lasciamo dietro di noi la forca e ci avviciniamo all'attacco del tratto attrezzato che ci porterà a scavalcare la ripida e rocciosa parete est del Pizzo di Viene. Qui Denis, Luca e Serena si fermano, non essendo attrezzati per la salita.
Io e Ilaria proseguiamo e, indossati gli imbraghi, attacchiamo la ripida parete uscendo sulla stretta cengia superiore che con una svolta ci porta al cospetto del Cimone.

Rimaniamo incantate dalla sua mole e dal bellissimo ambiente che caratterizza il vasto catino de La Viéne. Qui è stato posto di recente il nuovo bivacco Del Torso, piccolo e di legno.

Passiamo accanto all'uscita della ferrata Norina, una prossima avventura nella mia lunga lista, e osserviamo l'ampio panorama che si estende limpidissimo verso l'Austria e i suoi ghiacciai. Davanti a noi la Val Dogna con il Due Pizzi e lo Jof di Miezegnot in primo piano. Un rapido sguardo alle pareti che precipitano a picco sotto di noi e proseguiamo verso la nostra meta.

Gia da qui possiamo vedere le persone che, davanti a noi, stanno affrontando la medesima salita e cominciamo a capire che non sarà proprio così banale.

Passando sotto superbi esemplari di stambecchi maschi dalle lunghe corna, risaliamo il sentiero che, esposto su ripidi verdi, porta verso un breve canalino roccioso e sporco di fango. Faccio un paio di tentativi per risalirlo ma non mi sento sicura e, dopo un rapido consulto con Ilaria, optiamo per una sana ritirata. Ci vorrebbe ancora un oretta per raggiungere la cima e visto il cambio dell' ora decidiamo di accontentarci e di goderci beatamente i caldi raggi del sole sedute su una rupe a un paio di metri dai dieci bei maschioni cornuti che, continuando a ruminare, posano tranquilli per le nostre foto!

Mangiamo i nostri panini osservando affascinate il modo in cui sicuri si spostano sulle pareti a precipizio e si scornano pigramente.
Tutt'attorno è pace e tranquillità e siamo veramente riluttanti a lasciare questo splendido angolo delle nostre Giulie. Ci tratteniamo il più possibile, ma, ricordandoci dei nostri amici e del lungo ritorno, malinconicamente ci rimettiamo in cammino.

Ripercorriamo a ritroso il tratto attrezzato e con l'Altopiano del Canin davanti a noi scendiamo, sorridendo alla vista di tenerissimi piccoli di stambecco che saltando e piroettando giocano a rincorrersi nell'erba sotto lo sguardo vigile delle loro mamme.

I Piani del Montasio ci riaccolgono brulicanti di felici escursionisti di ritorno dalle loro avventure.
A giudicare dai visi sorridenti e soddisfatti che incontriamo, possiamo proprio dire che la giornata è stata grandiosa per tutti quanti!

domenica 26 ottobre 2008

Affacciati sul mare della tranquillità

Un risveglio lento ci accompagna nella giornata di sabato, gesti calmi, senza fretta. Imbrago, rinvii, corde prendono con calma la via dello zaino. Partiamo con rilassata frenesia, la giornata si presenta splendida. La bussola ci dirige verso la Scogliera del Pal Piccolo, per passare qualche ora ad arrampicare.
Percorrendo la valle del But le cime che la contornano si stagliano nel blu del cielo. Arriviamo a Timau, ancora sonnolenta nell' ombra di metà mattina, e proseguiamo verso il passo di Monte Croce Carnico.
Al passo l'atmosfera è diametralmente opposta a quella della vallata: un vento fresco sfilaccia nuvole grigie che salgono dalla valle della Drava. Salendo lungo i tornanti le nuvole sembrano una lingua dispettosa che esce dalla bocca delle montagne.

Infreddoliti, saliamo lungo il sentiero in direzione della falesia, immersi in un'atmosfera onirica, fin quando usciamo dalle nebbie, al caldo sole che scalda l'alta valle del But.

C'è poca gente, nonostante la giornata stupenda. Nei settori alti troviamo Sylvain e Robertone alle prese con 6a di riscaldamento, mentre poco più in su il Cen e compagnia viaggiano su un'altro pianeta.

Noi ci divertiamo sul facile, e anche Nicholas indossa imbrago e scarpette per assaggiare l'ottimo calcare del Pal Piccolo sotto un sole di fine ottobre che non ha nulla da invidiare al caldo sole dell'estate.

Anche il panino per pranzo ha un gusto diverso seduti nell'erba, la schiena contro la parete, e la valle silenziosa che sonnecchia sotto di noi.

Il tempo di fare ancora un paio di tiri e riponiamo corda e ferramenta.Accanto a noi due neofiti (almeno così pare) mungono rinvii durante la salita, li lasciamo al lavoro della malga e saliamo a salutare i gli altri due Orsi prima di tornare a casa, nel trambusto di San Simone.

lunedì 20 ottobre 2008

Silente Bordaglia

L’autunno è una stagione bellissima. I colori, la limpidezza del cielo, il fatto di trovare meno persone sui sentieri, rendono anche la più semplice delle escursioni entusiasmante. Proprio per queste ragioni, l’idea di ripetere l’anello di Bordaglia, precedentemente percorso a inizio estate quattro anni fa, mi allettava parecchio, inoltre, il meteo prometteva bello per questo fine settimana.
Perciò, dopo aver lasciato Nicholas con Dario e Fabiola e aver caricato in auto un entusiasta Indy, sabato alle 7.30 partiamo alla volta di Pierabech.
Sopra di noi il cielo è coperto da nuvole, e la speranza che questo riguardi solo la pianura friulana viene meno gia a Tolmezzo. Il sole oggi non ci regalerà la stessa magia provata la settimana scorsa in Val Resia.
Al parcheggio, presso lo stabilimento della Goccia di Carnia, ci sono gia quattro auto.
Ma in autunno non vevamo detto che dovrebbe esserci meno gente?
Ci prepariamo e alle 9.25 ci mettiamo in cammino, risalendo il sentiero naturalistico che, mediante la strada di servizio alle malghe, attraversa l'ordinato bosco di Bordaglia. Lo scrosciare delle acque del Rio Bordaglia che, per un tratto, scorre impetuoso nella vicina , stretta e profonda forra, ci accompagna durante la salita.
Gli alberi qui si tingono di tenui gialli e verdi, mentre un soffice tappeto di foglie rosse ricopre a tratti il cammino lungo la strada sterrata.

Arriviamo al bivio per casera Ombladet e lasciamo la strada principale per risalire con alcuni tornanti alla volta della casera Bordaglia di sotto, adibita gia da un po’ di anni ad agriturismo. La casera è chiusa e tutt’attorno l’autunno è silenzioso. Le nuvole lambiscono le vicine Cima Ombladet e i monti di Volaia nascondendone le sommità.
Abbracciati da questo ovattato silenzio, passiamo accanto alla piccola Cappella dedicata a San Giovanni Bosco e c’incamminiamo su per il ripido sentierino che porta alla casera Bordaglia di sopra. Poco prima di arrivarci, scorgiamo sulla destra, in un piccolo pianoro, la fontana dell’Alpino.
Ancora pochi passi e raggiungiamo la casera che sembra essere in corso di ristrutturazione, visti i cartelli di divieto d’accesso!
Larici dorati adornano il pendio che, in discesa, ci porta al laghetto di smeraldo di Bordaglia. A parte due ragazzi accampati con la tenda, e un solitario escursionista, a bordo lago non c’è nessuno.
Una bella differenza dall’ultima volta che ci sono stata!

Le acque del lago sono limpide e gli alberi colorati si riflettono nell‘argento delle acque. Per un attimo anche il sole fa capolino tra le fitte nuvole e si specchia vanitoso come Narciso, lasciandosi immortalare da uno scatto.
Sgranocchiamo qualche dolcetto e diamo le briciole ai famelici pesciolini che popolano il laghetto.


Riprendiamo il cammino in direzione del passo Giramondo ma evitiamo di raggiungerlo vista la nebbia che risale dalla vicina Austria. Deviamo sul sentiero che taglia i ghiaioni che caratterizzano il versante sud della Creta di Bordaglia, e che ci regala bellissime vedute sul lago sottostante, e, poco dopo, risaliamo l’esiguo dislivello che manca per raggiungere la cimetta della Quota Pascoli.

Sul suo fianco notiamo come alcuni mughi siano stranamente bianchi.

Ci avviciniamo curiosi: umidità, freddo e vento, nella notte, hanno creato cristalline forme allungate sui piccoli rametti che con la temperatura ora più mite del giorno, si sciolgono e gocciolano copiosamente.
Sulla piccola cima sorge una lapide in memoria di un valoroso alpino qui deceduto, mentre tutt‘attorno resti di trincee e gallerie crollate costellano il suo fianco.
Mangiamo qui i nostri panini mentre una leggera e fredda brezza ci costringe a coprirci.

All‘una e mezza, visto la non mite temperatura, siamo di nuovo in cammino risalendo al vicino passo Sissanis. Un ultimo scatto alla Creta di Bordaglia che si specchia nel piccolo lago Pera e caliamo giù nella Valle di Fleons, passando sotto il monte Navagiust e la Creta Verde. Lungo i loro versanti i colori dorati dei larici si mescolano al verde dei pini regalandoci scorci che qualche timido raggio di sole illumina ravvivando. Passiamo presso i ruderi di casera Sissanis di sopra e poco dopo per le solitarie stalle di casera Sissanis di sotto. Da qui, una ripida strada ci porta rapidamente alla Stretta di Fleons e percorrendo il Sentiero della Fede facciamo ritorno alla macchina.

Per chi ama la solitudine e la lontananza dalla massa, questa è sicuramente la stagione migliore per godersi appieno questi gioielli delle montagne friulane, così affollati durante l’estate!

martedì 14 ottobre 2008

Quando nel fare le cose ci si mette passione vengon bene per forza!

Dopo una notte di profondo sonno, domenica mattina mi aspettava una giornata pesante: il meeting di boulder avrebbe occupato i pensieri e le azioni mie e degli Orsi per tutto il giorno. Mentre mettevo a scaldare il latte e il tè, davo un occhiata al cielo azzurro e al termometro che segnava già venti gradi: non so perchè ma avevo già il sentore di una giornata meravigliosa.
Salgo in auto e mi dirigo in palestra, Nadia mi avrebbe raggiunto più tardi con le torte. Fabrizio, Roberto, Bepi e gli altri sono già all'opera. I blocchi sono tracciati, sistemiamo gli striscioni degli sponsor, mentre Matteo si organizza al tavolo dei giudici. DJ Sisto e DJ Bosco si dan da fare con piatti e diavolerie elettroniche.
In tutto questo fermento iniziano ad arrivare i primi climbers. Alle nove partono le iscrizioni, mi avvicino al banco, e, in una sorta di gesto scaramantico attendo il numero tredici per iscrivermi alla gara. Non credo a queste cose, ma così, senza sapere il perchè, oggi questo numero ha un valore, un significato.
Poco più tardi vedo arrivare Albino e Gianni, con la truppa di Tolmezzo, arrivano gli amici di Valle di Cadore, delle Teste di Pietra, i ragazzi di ManoAperta da Trieste. Alle dieci del mattino abbiamo già superato le quaranta iscrizioni!
Pian piano continua ad arrivare gente e alle dieci e trenta, con quasi sessanta iscritti apriamo il meeting: una marea di magliette gialle con l'omino che arrampica invade il parco boulder. Si iniziano a studiare gli appigli e i movimenti a cui obbligano e partono i primi tentativi che si chiudono con le cadute sui materassi.
"Chi vola vale, chi non vola è un vile", alpinisticamente è una castroneria, ma qui fa parte del gioco, e i voli iniziano a essere numerosi, sia dalla presa sfuggente e infida, sia dal top raggiunto a chiusura del blocco.
L'atterraggio sul materasso è una liberazione!
Intanto volano anche le iscrizioni: quando ci incrociamo tra Orsi la domanda è "quanti?".
Sessanta, sessantasette, settanta, settantacinque.. OTTANTA!!
Wow, è il record della manifestazione. Giro gongolante per il prato gustando il successo di questa edizione.
Intanto si continua ad arrampicare e a cimentarsi sui blocchi più duri, il tempo vola nel caldo pomeriggio d'autunno e alle sedici viene messa la parola fine al meeting. Dieci minuti per comunicare i boulder chiusi e vie all'elaborazione delle classifiche.
Mentre aspettiamo i risultati andiamo avanti con la consegna dei riconoscimenti ai partecipanti del circuito Rimpinant Ator: sono quindici, e anche se sembrano pochi, siamo comunque soddisfatti. Le due manifestazioni sono diverse tra loro, come diverso il pubblico che attirano, comunque sia è un inizio soddisfacente.
Il momento delle premiazioni del meeting vede facce conosciute tra i vincitori uomini, mentre sorprende, ed esalta il popolo dei climbers convenuto, la vittoria in campo femminile della dodicenne Melina Wassertheuer, ragazzina tutta grinta di Hermagor.

Per finire le premiazioni dei primi del circuito: il nostro Roberto Dattilo terzo tra gli uomini, e l'Alpingirl seconda tra le donne!!

WoW ce femine!!!

lunedì 13 ottobre 2008

Magie d'autunno in Val Resia

5:15...Suona la sveglia!
Mezza addormentata mi volto verso un altrettanto addormentato Luca e gli chiedo: “ma chi ce lo fa fare?”
La frase sorge spontanea visto che siamo andati a letto 4 ore prima!
La cena, in compagnia degli amici di SuiMonti, per conoscere i coniugi De Ronch, si è protratta più del previsto, ma si sa,quando si sta assieme ad ottimi amici il tempo vola!
E una promessa è una promessa, e il “Don” ci aspetta per le 7 al parcheggio di casera Coot in Val Resia!
Ci arriviamo con mezz’ora di ritardo e, Don Gianni, precedentemente avvisato del nostro ritardo, si è gia avviato lungo il sentiero.
Ci prepariamo in fretta e, con il fido Indy che fa strada, ci avviamo su per la stradina indicataci da un sms di Don Gianni che, con qualche difficoltà, riusciamo ad interpretare visto il mix di friulano/resiano/italiano in cui è scritto.


L’autunno è arrivato anche in Val Resia, colorando di magnifici toni rossi e gialli gli alberi che ci circondano. Camminare nell'intimo del bosco ci riempie di meraviglia e i raggi mattutini del sole giocano tra le foglie colorate regalandoci riflessi bellissimi!


Il Canin, sopra di noi, ci osserva imponente mentre risaliamo zigzagando sul sentiero che, passando per gli stavoli di Berdo di Sopra ci porta al cospetto del Torrione Mulaz, sotto le Babe, alla cui ombra sorge il bivacco Cai Manzano.
Incrociamo qui Don Gianni con alcuni amici e ci dirigiamo assieme verso forcella Predolina dove, accanto alla piccola lapide, sarà celebrata la messa in suffragio del secondo anniversario della scomparsa dell' amico Paolo Chinese, scivolato tragicamente scendendo dall'Infrababa.
Mentre attendiamo che arrivino tutti, ci sediamo sulla stretta cresta erbosa che porta verso il monte Guarda.


Mentre il sole ci coccola dall’alto, osserviamo super rilassati il panorama: c’è un po’ di foschia ma sotto di noi l’Isonzo scorre luccicante nei pressi del piccolo paesino di Zaga, mentre alle nostre spalle si stende la coloratissima Val Resia.


Indy nel frattempo ci prova con Shila, una femmina di pastore tedesco di dodici anni, ma questa non ne vuole proprio sapere dell’aitante spasimante e lo respinge guaiendo!


Sono le 11.00 e i partecipanti sono arrivati tutti. Indossata la tonaca e la “Bandana di Assisi”, Don Gianni comincia la messa.
Lo guardo divertita: questo prete mi piace, perché (molto) fuori dallo standard che accomuna molti suoi colleghi. Amante della montagna, parla tranquillamente e liberamente di qualsiasi argomento senza remore esprimendosi senza condizionamenti che ci si aspetterebbe da un prete. La sua predica, come al solito, è fatta di poche e significative parole, che hanno il dono però di rimanere impresse, un passo di quella odierna è:
“E’ giusto leggere e conoscere la Parola di Dio. Ma dobbiamo trovare anche il tempo per fermarci in silenzio ad ammirare la bellezza del Suo Creato e, così, capire la grandezza del Signore.”
E quale posto migliore se non dall’alto di una montagna?


Terminata la messa ci avviamo verso casera Coot, dove ci attendono Moira, sua mamma e i suoi scatenati figli per il pranzo.
Al bivio però, optiamo per una piccola deviazione e in pochi minuti siamo in cima al monte Guarda. Un crocefisso, un piccolo mosaico e una dolcissima preghiera di Mario Copetti decorano la sua erbosa cima. Se non fosse per la foschia la vista spazierebbe fino al mare! Ci accontentiamo di ammirare le cime più vicine e dopo la foto di vetta raggiungiamo il resto delle persone che scendono alla casera.


Rimango piacevolmente sorpresa dal calore e dalla disponibilità della gente della valle. Siamo quelli “di fuori” ma ci trattano come famigliari.


Alla casera veniamo accolti dal solare sorriso della giovane gestrice e da sua mamma e subito ci ritroviamo con due bottiglie di birra in mano.
Sediamo al tavolo di Don Gianni assieme a tre signore resiane e al marito di una di esse. In tavola fanno la comparsa, un bel bottiglione di rosso di 2 litri e piatti ricolmi di buonissima polenta, salsiccia, frico e spezzatino. In un’atmosfera divertente e gioviale vediamo il bottiglione calare fino in fondo: le tre signore, il Don e Luca ci hanno dato dentro di brutto, per la felicità del marito di Claudia, contento di vedere la moglie sorridente e su di giri!


Come detto all’inizio, quando si sta in buona compagnia, il tempo passa e noi dobbiamo rientrare, visto che c’è un’altra festa che ci aspetta: la cena dello zio Erminio…con 200 invitati!


Prima di accomiatarci scattiamo una bella foto di gruppo e, tra i canti di quelli che hanno deciso di continuare con la “celebrazione”, ci avviamo verso il parcheggio assieme a Don Gianni.


I raggi del sole pomeridiano ci regalano ancora bellissimi scorci e, macchina fotografica alla mano, cerchiamo di catturarne la magia, sapendo benissimo però che non eguaglieranno mai cio che hanno visto oggi i nostri occhi!


Arriviamo infine alle macchine. Le tre allegre Siorette ci raggiungono poco dopo, e salite in macchina ci precedono verso il fondovalle: "Se passate da Coritis e vedete la panda blu fermatevi! Mi raccomando!"




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“A tutti quelli che gia cantano Lassù”


Se d’ora in poi, andrai sul monte Guarda
vi troverai in cima lì una Croce
che ti ricorda tutti quelli che in vita
hanno cantato il bello del Creato
Socchiudi gli occhi e resta un po’ in silenzio
e sentirai i cantori a te vicino
Chi sulle rupi fa eco quando lo chiami
chi cinguettando poi ti vola accanto
chi nel fruscio dell’erba s’inchina al vento
che contento sibila fra i bracci della Croce
Rimani ancora un po’ con gli occhi chiusi
e pensa a tutti quelli che hai conosciuto
Sono li schierati in semicerchio
sotto il Canin che fa da gran teatro
il gran concerto sta per cominciare
maestro è il Padre del Cristo in Croce
Se li ricordi pregando con un canto
saran felici e ti ringrazieranno
e capirai se gia non lo sai
che
“chi non si dimentica non può morire mai”.




Mario Copetti

martedì 7 ottobre 2008

Sette volte boulder

Nell'estate del 2002, dopo una serata in palestra ad arrampicare, eravamo seduti in un bar di Codroipo per una birretta in compagnia: nacque quasi per gioco l'idea di fare una gara di arrampicata a Codroipo, in pianura dove il Cai era, per i più, quel gustoso esserino che gira con la roulotte. E in quella sera chiacchierando con Fabrizio e Maiko venne fuori anche il nome di quella scommessa: San Simone Climbing Festival! E il giorno dopo ispirandomi a una famosa pubblicità ideai il logo.
Era proprio una scommessa, poiche nessuno dei tre, e nessuno di quelli che poi ci aiutarono, aveva in mente come si organizzasse una gara di arrampicata. D'altro canto si arrampicava e basta!
La scommessa fu vinta e persa: vinta come partecipazione di arrampicatori, persa come cassa. Ma non ci si fermò di fronte a un mezzo fallimento. L'anno dopo eravamo di nuovo pronti a partire, e la costanza ha pagato. Se i primi anni in consiglio do Sezione ci si chiedeva se fare o meno la gara, ora la cosa non è in discussione.
Si fà e basta!!
E ora dopo sette anni, per scongiurare la famosa crisi, mi sono ritrovato a ideare e a coinvolgere Albino e Gianni e la loro Marathon Climbing in una nuova idea: Rimpinant Ator.
Con meno difficoltà e più esperienza organizzativa questa creatura ha mosso bene i primi passi e ne sono veramente felice. Spero che il meteo ci aiuti questo fine settimana e che la festa sia bella per tutti quelli che parteciperanno.
Intanto penso a cosa fare fra sette anni...

lunedì 6 ottobre 2008

Astinenza da montagna: sogno o realtà?

Mi sveglio di soprassalto sentendo un urlo provenire dalla camera a fianco, dove dorme Nic, mi precipito nel cuore della notte con Nadia a vedere cosa sta succedendo: accendo la luce e vediamo un tarantolato Nicholas che si dimena violentemente tra le coperte con la bava alla bocca:
"PORTATEMI IN MONTAGNA! SUBITO! NE SENTO IL BISOGNO! NE SENTO IL BISOGNO!"
Si! Si! Che gioia! finalmente il sacro fuoco dell'alpinismo ha acceso il suo cuore!!!!


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"Luca.. son le sei e dieci.. fra un pò è ora di svegliarci.." Ma che dici Nadia? Svegliarci? Mah allora cos'era? Un sogno? Apro gli occhi: buio! Si era solo un bel sogno!

Esco dal letto per vestirmi, andando in bagno butto l'occhio nella penombra della camera di Nic.. silenzio.. sta dormendo. Saranno passati i pompieri a spegnere il sacro fuoco dell'alpinismo!

Dopo averlo svegliato con il solito assalto, vado in cucina, dove latte e the si stanno già scaldando sui fornelli. Con Marco e gli altri l'appuntamento è per le otto e un quarto a Gemona, ma prima dobbiamo andare a sfamare le ruspanti galline di Pozzecco, visto che i suoceri si son dati una botta di vita e sono sull'isola d'Elba.

Dopo aver inutilmente visitato i beccotanti volatili (Paola aveva già provveduto a rifornirli per i prossimi due anni) partiamo alla volta di Gemona, dove la solita arietta e cinque gradi sopra lo zero ci accolgono! Arrivano Marco e Giovanna con due nuovi amici, Elena e Giovanni. Reduci da una nottatta travagliata dopo un cena alla festa della patata, hanno rinunciato a un migliaio di metri di dislivello per unirsi a noi in una gita più tranquilla, pensata per il Nicolino, in astinenza (?!?) di montagna e dislivello da più di un mese. Per la sua felicità!

Dirigiamo verso il canale di Gorto e deviamo per la Val Pesarina. La nostra meta è il ricovero Entralais, e se ce ne sarà la voglia, il passo di Entralais.

Imbocchiamo una stretta stradina poco prima che finisca l'abitato di Pesariis: chissa cosa penseranno Marco e Giovanna dopo l'esperienza sulla viabilità alpina austriaca di fine agosto!!

Parcheggiamo all'imbocco del sentiero. "Su per la???" esclama qualcuno vedendo la prima rampa del sentiero. "Pare di si!"

Iniziamo la salita lungo il sentiero che taglia il fiato di tutti, tranne quello di Nicholas, che in Giovanna ha trovato una buona compagna di conversazione, e in breve raggiungiamo di nuovo la strada, evitando un paio di tornanti. Proseguiamo per essa, finche poco prima che finisca, sulla destra non troviamo il sentiero che inizia a salire nel bosco.

Entriamo nel bosco misto di faggi e larici e seguiamo un'evidente traccia che sale verso destra, ben presto i segnavia biancorossi non ci sono ma la traccia prosegue evidente nonostante il fogliame che la ricopre, ma Nadia ricorda di aver letto che i segnali sono assenti nel primo tratto. Arriviamo su un piccolo pulpito da cui parte una cresta boscosa che del sentiero non c'è traccia. Guardiamo la cartina: siamo nei pressi di un rudere, sulla cartina ne era segnalato uno all'imbocco del sentiero. "Che facciamo torniamo indietro?" dice Giovanni e subito Nic "Si!, finalmente uno che ha la mia stessa opinione!" "Guarda che torniamo indietro per cercare il sentiero e andar su!" risponde Giovanni, lasciando basito il povero Nic. Dopo una consultazione incrociata cartina-gps-altimetro decidiamo di salire il costone roccioso e poi tagliare a sinistra in quota raggiungendo il sentiero. Saliamo per il ripido sottobosco ed ad un certo punto giungiamo nei pressi degli stavoli La Ret. Sulla cartina è segnato un vecchio sentiero che sale nel bosco fino ad incontrare il sentiero 229 che sale a Entralais! Bingo! Sebbene poco usato il sentiero è evidente nel bosco e a parte un paio di punti interrogativi, riusciamo a trovare il sentiero giusto!La puntata di Sentieri Avventura è finita, c'incamminiamo sul sentiero e caliamo nel solito tran-tran escursionistico della domenica.


"Certo che il sentiero-avventura era meglio!" obbietta qualcuno.. In effetti il sentiero "ufficiale" sale deciso e guadagnamo rapidamente quota. Gli scorci che si aprono sulla Val Pesarina sono stupendi: sotto l'azzurro del cielo il verde dei boschi si macchia quà e là del giallo e del rosso dell'autunno. Fra un paio di settimane esploderà l'autunno in tutti i suoi colori.
Continuiamo a salire e dopo un pò intravediamo dal fitto del bosco il tetto del ricovero, giusto sotto la Creta di Fuina.


Usciamo in quelli che erano i pascoli della vecchia casera e ci fanno da corona la Creta Forata, il Monte Cimon, il passo Geu Alto e la Cresta della Fuina. Il bivacco è attorniato da alte erbe: è una costruzione semplice, un monolocale con il sottotetto adibito a dormitorio. L'interno è spartano, ma comunque dotato di stufetta e tavolo con panche, è evidente che i lavori di ristrutturazione sono ancora in corso, come capiamo anche dal libro del rifugio.

Portiamo le panche al sole e ci riposiamo un attimo prima di ripartire. Il Passo di Entralais sembra sopra di noi. "Quanto c'è di dislivello?" Mi par di ricordare che siano quattrocento metri circa, ma una lettura della cartina aggiunge abbondanti duecento metri ai miei ricordi; ormai è mezzogiorno e il languore e il caldo sole che fa sentire la sua presenza sulla pelle ci invita a prender posto sulle panche fuori dal rifugio per godere del panorama, e dar soddisfazione al palato e alla vista.

Tra un tè al rhum e un pezzo di cioccolato il tempo passa, chiacchierando del più e del meno. Chissà Chiara e gli altri che tempo hanno avuto sul Cjavals, si vedono grossi nuvoloni da quelle parti. Ormai si fa tempo di alzarci e di intraprendere il ritorno. In discesa il sentiero rivela la sua ripidezza e perdiamo velocemente quota, fino a rientrare nelle tiepide ombre del bosco. La luce che filtra, l'azzurro del cielo e i colori caldi delle foglie regalano scatti da incorniciare e rubano a chi percorre questi luoghi espressioni di compiacimento nel godere di tali colori. Giungiamo alla strada che avevamo lasciato nella mattina qualche decina di metri più a monte dell'imbocco del sentiero. Mmhh... mistero! Boh, ormai il giro l'abbiam fatto lo stesso e ne siam contenti. Proseguiamo lungo la strada, tralasciando la scorciatoia attraverso il bosco, e con passo tranquillo torniamo alle auto.

Scendiamo a Pesariis per una birretta in compagnia e l'oste che ci si para davanti sembra aver combattuto molte guerre... e patite molte ferite... e anche molta sete! Assaggiamo il famoso pane salterino di Pesariis (...) accompagnato da una gustosa (e ferma) fetta di salame. Al momento di pagare dell'oste combattente non c'è traccia, per fortuna c'è un suo collega ... più equilibrato!!

Il sole scende dietro il Vinadia e noi torniamo in pianura.