Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

giovedì 31 luglio 2008

Parlare o sparlare, il problema almeno poniamocelo

Dò spazio a pensieri legati ad una vicenda , che come molti ho seguito da vicino. Si potrebbe dire che, come tanti, l'ho subita, tanto è stato il martellamento mediatico che le si è scatenato attorno. Mi riferisco alla sfortunata avventura di tre amici alpinisti italiani . Perchè di questo si trattava, prima che si perdesse il senso della misura e del rispetto, lanciando la sorte di questi ragazzi nel piatto di pastasciutta dell'italiano medio ogni mezzogiorno e sera.
Sia chiaro, la vicenda lo vissuta con partecipazione accorata e con il cuore angosciato, cercando di saperne quanto di più si poteva attraverso la rete (Montagna.tv in questo è stata eccezzionale), ma restando disgustato ed esterefatto quando vedevo un qualsiasi telegiornale di quei giorni.
Ma come? Berlusconi e Veltroni all'improvviso non avevano niente da dire?
Nessuna velina che la dava a destra e a manca in spiaggia?
Il Billionaire non aveva ancora aperto?
No, c'era solo l"operazione di soccorso" sul Nanga Parbat.
E sopprattutto c'era chi spargeva carriolate di verità (presunte) e giudizi (su che basi? boh!) su questa vicenda. E si che c'era Da Polenza a cui si poteva chiedere, senza problemi.
Qui ho iniziato a dare di stomaco.
Hanno parlato di operazione di soccorso, ma alla fin fine non c'erano da portare feriti a valle. Alla fine hanno dato un passaggio a due alpinisti provati, che comunque ce l'han fatta da soli a uscirne.
Due amici, Walter e Simon, che hanno perso drammaticamente un amico a compagno di salita e si sono trovati nella situazione di poter uscire dal dramma solo salendo e continuando la salita, continuando quella via nuova che avevano progettato con Karl. Da soli.
Ho vissuto la morte in montagna. Qualche anno fa durante una salita in Falzarego la cordata che ci precedeva ha avuto un incidente. Il primo è volato giù fracassandosi la testa. Sono stato il primo a soccorrerlo, ma non c'era niente da fare, e non è stato un bel momento. Ancor peggio è stato vedere le condizioni dell'amico, incolume, disperato e fuori di se.
Durante questa vicenda questo episodio della mia vita mi è tornato in mente, e ho pensato alle condizioni dei ragazzi sul Nanga Parbat.
Ho avuto avuto esperienza d'alta quota e ricordo la fatica dopo i 6000 come si sente.
Sommando la stanchezza fisica e quella psicologica, aggiungendoci 11 giorni in parete e una via di fuga obbligata verso l'alto su di una parete inviolata, la Rakhiot del colosso himalayano, Nones e Kehrer hanno compiuto un'impresa ai limiti per tirarsene fuori.
E dai giornalisti cosa vien fuori? Viene fuori che si parla di un soccorso costoso, che probabilmente toccherà le tasche dei contribuenti.
Ma a questi personaggi non viene in mente che chi si imbarca in un'avventura di questo tipo uno straccio di assicurazione la stipula? Che non si lancia allo sbaraglio sulle barricate? Probabilmente si, ma fa più effetto scrivere e parlare di tre pazzi che rischiano la vita per l'inutile in culo al mondo, perchè non san come far passare il tempo e in più ci costano soldi perchè si va là a salvarli (per la precisione Mondinelli e soci son andati là a proprie spese a cercare di aiutare gli italiani).
Ma nessuno ha pensato di chiedersi cosa diavolo han passato questi due? Alla tenacia hanno avuto e che li ha riportati a casa? No, o almeno molto pochi.
Ciliegina sulla torta.
Al rientro in italia, in aereoporto alle due di notte, conferenza stampa. Il genio giornalistico di turno chiede: "Tornerete sul Nanga Parbat?"
Ma che cavolo di domanda è??
Non vale la pena arrabbiarsi. Siamo alpinisti e destinati all'incomprensione.
Salvarci costa al cittadino.
La Polizia allo stadio no. Anzi, la si può pure picchiare, tanto inizian sempre loro.

lunedì 28 luglio 2008

La speranza è l'ultima a morire!

Sono le 6.00 di domenica. Mi sveglio con un'ora di anticipo rispetto alla sveglia: mi succede qualche volta quando devo andare "in mont"...mai quando devo andare al lavoro...chissà perchè!!!
Oggi mi trovo con Ilaria per andare al Passo Digola a Sappada, meta tranquilla visto che viene anche Nicholas e Ilaria ha problemi con la schiena.
Inganno l'attesa dell'ora di partenza, sfogliando alcuni libretti di vie di arrampicata che ieri sera ho "fregato" all'Alpinauta: ebbene si, per suo sommo piacere comincio a prenderci gusto..purchè non si superi il mio limite del 5-!



Alle 6.30 con un sms Ilaria mi informa che un'amica l'avverte che a Udine diluvia!
Mannaggia!!
Corro alla finestra e dopo pochi minuti ecco che comincia a piovere anche qui!! Certo il meteo ieri parlava chiaro, ma si sa, la speranza è l'ultima a morire!
Ci sentiamo al telefono e una preoccupata e speranzosa Ilaria mi chiede "Si va lo stesso vero?"
"Ma cerrrto!!! sarà mica la pioggia a fermarci!!"



A questi punto le speranze di rimanere a casa del figliolo crollano! Con una madre e amiche così non c'è proprio speranza!
Sfoglio in fretta il mio elenco di itinerari alla ricerca di una meta alternativa: urge casera o rifugio come destinazione finale per eventuale riparo!
La scelta cade su c.ra Pizzul, raggiungibile addirittura in auto, e c.ra Paluchian, raggiungibile con un' ulteriore breve camminata. Meta approvata all'unanimità, per la prima volta butto in auto anche un paio d'ombrelli!
Con un pigro Nicholas, mi dirigo verso Gemona per il solito ritrovo. A San Daniele diluvia a manetta! Beh, se non altro non c'è traffico e lavo la macchina!
L'ottimismo è il sale della vita, dice uno spot!


Arrivo a Gemona e uno sprazzo di sole irrompe dalle nuvole illuminando Chiampon e Cuarnan, proiettando un bellissimo arcobaleno su Osoppo!
Un bell'auspicio, si spera!
Raccolgo un'entusiasta Ilaria e via verso Paularo!


L'asfalto è bagnato e mentre percorriamo le strette e ripide stradine di Ravinis, il sole fa più volte capolino dalle nuvole: rincuorate e per sommo dispiacere di Nicholas, decidiamo di non andare fino alla casera in auto ma di parcheggiare un po' prima e di percorrere il resto del tragitto a piedi.



In circa 40min siamo a c.ra Pizzul e visto che il tempo tiene bene decidiamo di proseguire fino a c.ra Paluchian.
Socievoli mucche ci accolgono curiose alla casera che al momento è monticata e in piena attività. L'area è piuttosto fangosa viste le recenti piogge e le mucche che pascolano li in giro, così decidiamo di ritornare sui nostri passi e gustarci le vettovaglie ad un tavolo con panche poco sopra c.ra Pizzul.


Entrambe le casere godono di una bellissima vista sulla valle di Paularo e sui monti che la circondano con Sernio, Grauzaria e Tersadia in primo piano! Sotto un caldo sole ci godiamo questo bel panorama e, per brindare al suo ritorno (ogni scusa è buona!), ci gustiamo una buona grappetta al cumino presso la casera, dove acquistiamo anche formaggio e una fresca e buonissima ricotta affumicata!
Prima di ripartire, visitiamo la piccola cappella dedicata agli alpini morti nella guerra 15-18 e ammiriamo il bellissimo fregio di un aquila, scolpito dal III Reggimento Alpini e posto sotto l'altarino esterno.


Per concludere in gloria, visto che siamo presto, facciamo anche una breve deviazione per visitare il ricovero c.ra Tamai che si trova sulla via del ritorno.

Qui, ci accolgono una coppia di cavalli con relativo puledrino e un intera famiglia con figli, amici e due cani al seguito che bivaccano fuori dal ricovero! A quanto pare stanno facendo manutenzione visto il trambusto che regna all'esterno!

Li salutiamo e ci fermiamo poco più avanti, presso un piccolo crocefisso, sul grande prato fiorito che si affaccia come un balcone su Paularo. Seduti su un tronco ci godiamo il panorama attorniati da saltellanti cavallette!


Chi l'avrebbe detto stamattina che la giornata si sarebbe trasformata così!

La speranza è l'ultima a morire e oggi siamo stati proprio ben premiati!

Possiamo fare rientro felici e soddisfatti!

domenica 27 luglio 2008

Arrampicando nella leggenda

Per anni e con svariati tentativi, Kugy e le sue guide studiarono quasi maniacalmente la parete nord del Montasio per trovare una via diretta alla cima, in alternativa alla via dei cacciatori italiani, scoperta in discesa, inseguendo un camoscio, dai cacciatori della Raccolana Pesamosca e Piussi.
La volontà di Kugy di cercare nuovi itinerari, logici, ma difficili per quegli anni lo portò a pensare ad un itinerario che superasse il ghiacciaio, risalisse lo sperone centrale e portasse in cima attraverso le cenge sommitali.
La messa in pratica di queste teorie costrinse Herr Doctor e le sue guide a dare il meglio di se in parete.
Nel primo pomeriggio del 24 agosto 1902 Kugy, Oitzinger, Bolaffio e Komac uscivano sulla cresta del Montasio.
Era nata la diretta Nord.

"Andrea lino a fa la Kugy a la nord dal Montas?"
"Sino sigurs? a metin temporai par sabide dopomisdi"
"D'estat a metin simpri temporai dopomisdi!!!"

Alle quattro e mezzo del mattino la Freccia Nera raggiunge l'impero di Goricizza, carichiamo velocemente le mie cose e partiamo alla volta di Sella Somdogna. Per strada non c'è quasi nessuno e arriviamo in fondo alla Val Dogna alle sei. Inforchiamo gli zaini e ci incamminiamo verso il Rifugio Grego, proseguendo veloci verso il bivacco Stuparich. Erano diversi anni che non facevo questo sentiero e non mi ricordavo della repentina discesa del sentiero poco dopo il rifugio. Poca cosa, ma il pensiero andava già al ritorno, e non mi stava poi tanto simpatico risalire quel tratto.
Arriviamo al bivacco in un'oretta, e man mano che ci avviciniamo lo sguardo scruta la parete che si para davanti a noi, maestosa nella sua grandezza.
Imbocchiamo il sentiero che porta alla Via Amalia, e una volta giunti nei pressi della morena, lasciamo la traccia battuta e ci avventuriamo per le ghiaie fini che ci portano al ghiacciaio del Montasio.

Giunti sulle prime nevi ci prepariamo. Indossiamo gli imbraghi e organizziamo i materiali: moschettoni, cordini.,un paio di chiodi e qualche nut: non si sa mai.
Calzati i ramponi e impugnata la picozza iniziamo a risalire il relitto glaciale, che con una discreta pendenza, ci porta alla crepacciata terminale e all'attacco della via.
Calo il Signor Loi (anche oggi in veste cardinalizia) alla base della crepaccia e mi appresto a fargli sicura sul primo tiro di corda: sale di una cinquantina di metri fa sosta utilizzando le attrezzature presenti in parete. Mi cala dal bordo del crepaccio fino all'attacco della parete e, una volta tolti i ramponi, inizio a salire e in breve lo raggiungo. Proseguo per un altro tiro di corda e una volta recuperatolo siamo fuori dalla parte più difficoltosa della via, ci sleghiamo, riponiamo la corda e continuiamo a salire.

Le difficoltà sono contenute e l'arrampicata divertente, l'esposizione massima e continua, in un ambiente maestoso che a tratti toglie il fiato. A metà salita ci si para davanti la misteriosa parete rossa della Torre Nord, che ammiriamo sotto gli occhi curiosi di una famiglia di stambecchi. Ma come diavolo sono arrivati li? Mistero!!
Superiamo alcuni passaggi delicati su cengette esili e arriviamo al famoso Passaggio Oitzinger, un tempo il passaggio più difficile della via, ora deturpato da ciò che resta delle attrezzature, più fastidiose che utili.
Ormai la cima si fà più vicina e in breve sbuchiamo, tra roccie rotte, in cresta nei pressi del Ricovero Garrone.
Mi avvio felice verso la cima, dopo aver ricevuto i complimenti di una coppia di austriaci che aveva seguito l'ultima parte della nostra arrampicata, mi giro un attimo per far parola con il Loi, e lo vedo seduto all'uscita. Rassicurato delle sue condizioni proseguo in cima, dove mi libero dallo zaino e guardo le cime circostanti soddisfatto.
Andrea mi raggiunge, stanco ma soddisfatto della salita. Iniziamo a studiare la discesa e a guardare il cielo: nuvole nere si rincorrono sopra di noi, il Fuart e il Canin ne sono avvolti. Per una attimo ci balena l'idea di scendere ai Piani e chiamare Nadia a recuperarci, ma è un attimo. Proseguiamo come da programma. Una coppia di sloveni ci ragguaglia sulle condizioni della neve sull' Amalia e insieme a loro e a qualche stambecco iniziamo la discesa lungo il Findenegg, in direzione del Suringar. In discesa il canalone non è certo piacevole, ricoperto com'è di detriti. A ogni passo se ne smuove qualcuno, che a sua volta ne smuove altri e così via.

Raggiungiamo il bivacco sotto una leggera pioggerellina, che per fortuna smette in breve, e proseguiamo veloci verso la via attrezzata Amalia. Passiamo un paio di nevai aiutandoci con la piccozza e iniziamo a scendere lungo le prime attrezzature. Passiamo la parte centrale della via velocemente, lo Stuparich è a un tiro di schioppo, ma non si avvicina mai. Arriviamo alla Torre Stabile e iniziamo, finalmente l'ultimo tratto attrezzato prima della morena, sembra non finire più. Finalmente raggiungiamo il sentiero e ci liberiamo dell'imbragatura.

Scendiamo verso lo Stuparich e ci fermiamo ad ammirare la Nord: pare impossibile essere passati sul quelle rocce. Ma è un pensiero comune, ogni qualvolta si guardi una parete.

Rilassati scendiamo lungo il sentiero che ci riporta al Grego.

Scendiamo..

Nella contentezza della cima ci eravamo dimenticati che ci aspettava la salita.

Beffarda la montagna cerca di toglierci il sorriso, ma neanche l'ultimo strappo prima della Sella di Somdogna riesce nell'intento.

Arriviamo alla macchina e finalmente ci rilassiamo. Guardo verso la cima, dietro lo Jof di Sompdogna e sorrido felice.

Volgo lo sguardo verso il fondovalle e mi par di scorgere un signore con loden e alpenstock che ricambiando il sorriso, alza la pipa in segno di saluto.

No, non è un miraggio, è solo un desiderio. Il miglior coronamento di questa lunga giornata.

venerdì 25 luglio 2008

8 agosto 2008: l'ora si avvicina

"Ovunque tu sia, qualsiasi cosa tu stia facendo, in vacanza o al lavoro, accendi un fumogeno e tingi il cielo di rosso"
Ci avviciniamo alla data fatidica: l'otto agosto alle 13 ci auguriamo che per un attimo l'azzurro del cielo si accompagni al rosso della vergogna.
Vergogna per cinquant'anni di oppressione, repressione e genocidio etnico e religioso che si consuma quotidianamente in Tibet, ad opera del colosso cinese.
Tanti piccoli davide contro Golia, dalle cime, e dai monumenti delle nostr città e paesi faremo vedere che la situazione non ci piace!
E non siamo soli:
l'alleanza mondiale con Candle4tibet
la partecipazione ufficiale del centro Diritti Umani dell'Università di Padova
l'attenzione costante del più importante portale internazionale legato all'esplorazione, Explorersweb di New York
L'otto agosto gli Alpinauti e i loro amici accenderanno il Monte Cimone (Alpi Giulie) e il Campanile di Goricizza (L'Impero colpisce ancora)

martedì 22 luglio 2008

Mandi Memè

Ieri la forte fibra di Nonna Adelaide ha ceduto. Dopo un breve periodo di malattia ci ha lasciati,andandosene in silenzio e semplicità, come in silenzio e semplicità cadono i petali di una margherita.
Mandi Memè
Nadia, Nicholas e Luca

Sauris e dintorni





"Domenica si va sù a Sauris, facciamo un giretto in zona e andiamo alla Wolf. Senno chi li sente Cristian e Andrea!"

E così la domenica è trascorsa, con la scusa di un giretto all'impronunciabile rifugio Einblatribn e una sosta tra speck, prosciutto e birra alla Wolf.
Sulla strada del ritorno ci siamo lasciati attrarre dalla forra del Lumiei e ci siamo calati in un mondo fatto di acque chiare e pietre levigate.
Dove l'acqua veste i panni dell'architetto
e la pietra si veste di luce e ombra
e ti avvolge in un abbraccio freddo e silenzioso
serrandoti fin quasi a soffocare

per poi regalarti di nuovo il cielo.

Torre? No! Cima? No! Spigolo? Si!

A volte capita che i programmi subiscano cambiamenti repentini per vari motivi.
Era già da un pò che accarezzavo l'idea di portare Nadia a fare la via Mazzorana alla Torre Wundt, nei Cadini di Misurina, e alla fine era diventata la meta di sabato. Era, appunto. Per una serie di appuntamenti che si susseguivano nel fine settimana, dai Cadini di Misurina abbiamo spostato l'obbiettivo sul Vallone di Riobianco nell Giulie, più vicino da raggiungere, salvo poi, al momento di puntare la sveglia, dopo una serata con gli amici: "Ma se andiamo a fare lo Spigolo de Infanti? Non l'ha ancora fatto.."
E così, la sveglia ha suonato alle 7.30 e con tutta calma ci siamo preparati per dirigerci verso il Passo di Monte Croce Carnico.
Per strada, dove ha inizio la forestale che porta a Val di Collina noto una Punto arancio (?) metallizzato che è sicuramente quella di Enrico e Soci, diretti verso la Crete Monumenz ad arrampicare anche loro.
Arrivati al Passo l'aria è fresca e lo spigolo sembra a tratti bagnato. Mentre decidiamo il da farsi andiamo a prendere un caffè nel tepore del bar. Fuori soffia una bella brezzolina che asciuga velocemente la parete, e usciamo dal bar decisi a partire.
Sopra il passo si rincorrono nel cielo i nuvoloni e il gruppo del Coglians è avvolto dalle nuvole, arriviamo all'attacco e davanti a noi c'è una guida austriaca con due ragazzi che guardano interrogativi il cielo e volgono lo sguardo verso il loro compagno: lo guardo anch'io e in risposta arriva un sorridente "Meteo gut!".
Va bene! Allora via! La cordata austriaca sale velocemente e noi seguiamo a ruota, arrivo con loro al terrazzino e la guida mi indica uno dei fittoni resinati, lasciato libero per mettermi in sicura. Alla terza sosta troviamo due ragazzi che, dopo alcuni ravanamenti, si calano da Fata Morgana, aspetto che vadano aventi per non tessere tele di corde lungo la via.
Seguo il secondo verso la prossima sosta e mi tocca aspettare una buona mezz'ora sotto di loro, poichè il suo compagno ha ben accupato tutto il terrazzino. Niente gentilezza austriaca.
Aspetto che parta e poi recupero Nadia, che sale agile. Sul tratto difficile inizia a parlare da sola come il Signor Loi, che debba iniziare a preoccuparmi?
Proseguiamo lungo lo spigolo, mentre il sole inizia a farsi vedere, usciamo dalla parte in ombra della via.
La roccia è bella solida e l'arrampicata è divertente, e ovvio che la via è una classica della zona.
Tiro dopo tiro ci avviciniamo all'uscita e la mia compagna avanza sicura e pure con stile.
Inizia a imparare ad arrampicare anche con gli occhi, ed a sfruttare anche gli appigli più piccoli.
Usciamo dalla via in tre ore e spiccioli e ci godiamo un attimo il panorama, mentre sistemiamo il materiale e avvolgiamo la corda.
Prendiamo la traccia tra i mughi che ci porta verso il sentiero 401, attraversando resti di trincee sulla spalla del Pal Piccolo. In breve arriviamo nei pressi della Scogliera e troviamo strano che con una così bella giornata ci siano solo quattro climbers ad arrampicare.
Il sentiero scende veloce e si inoltra nel bosco, portandoci velocemente di nuovo al passo, chiudendo il cerchio della giornata.
Arrivati alla macchina ci liberiamo del peso dell'attrezzatura e guardiamo con soddisfazione verso lo Spigolo.
E' sempre piacevole arrampicarci!
E' giunto il momento di premiarci con un panino e una birretta: anche perchè da dopo la colazione ci siamo fatti solo un tronky! Che sicuramente scrocchia e non sporca le mani, ma non dà la soddisfazione di pane e salame!

lunedì 14 luglio 2008

Climbers on the storm

Venerdì scorso le previsioni meteo lasciavano ben poche speranze per il fine settimana, ma ormai i pulmini a noleggio erano prenotati... e poi si sà, finche non arrivi sotto alla cima e non guardi in sù non puoi mai dire... non si sa mai in una botta di fortuna che apre un cielo azzurro sopra la tua testa mentre stai per arrivare in cima... la speranza, in fin dei conti, è sempre l'ultima a morire.

Fatto stà che sabato mattina eravamo in 15 speranzosi Orsi a caricare gli zaini sui due pulmini, destinazione Solda, 1850 m, ai piedi del nostro obbiettivo: i 3905 metri delll'Ortles.

Lasciamo Codroipo e il suo cielo lattiginoso alla volta del Sud Tirolo: Bolzano, Merano, Trafoi... il cielo si fà sempre più grigio e cupo, ma comunque riusciamo a intravedere qualche raggio di sole. Ma è vero o è un miraggio?

Arriviamo a Solda che il cielo è di un grigio che più grigio è difficile da immaginare, e la temperatura è frizzantina, ma noi viaggiatori in canotta e sandali non ci perdiamo certo d'animo! Un tuffo nel bagagliaio ed ecco un caldo pile che viene prontamente indossato.

Ormai è ora di pranzo e andiamo alla ricerca di un posto dove sgranocchiare qualcosa, prima di incamminarci verso i 3000 metri del Rifugio Payer.

Entriamo in un pub pizzeria ricavato da un vecchio fienile, gestito da un "motaro" indigeno, che anni fa ha passato un paio d'anni a lavorare nella Piccola Patria, e la nostra presenza gli fa ricordare quegli anni di gioventù: le donne conosciute e sopratutto le sbronze da antologia patite e godute, tant'è che ci offre l'aperitivo a base di prosecco. Mentre ci idratiamo in compagnia, fuori inizia a diluviare e tra un sorso e un boccone, guardiamo , attraverso le ampie vetrate quello che ci attende.

Pagato il conto ci avviamo verso i furgoni, e ci portiamo alla seggiovia dell'Orso (Orso? Orsi? un buon auspicio??). Ci prepariamo nel piazzale sotto un'insistente pioggerellina e guardiamo speranzosi verso l'alto, dove, a tratti, sbuca dalle nuvole la sagoma del rifugio Payer.

Saliamo veloci i primi 600 metri in seggiovia e arriviamo sotto una pioggia battente alla stazione a monte. Ci riorganizziamo velocemente e ci incamminiamo verso il rifugio.

La pioggia scende sempre più fitta e in poco tempo iniziamo a essere zuppi sotto il temporale. Va ben che alpinismo fa rima con masochismo, ma ora un pò si esagera. Saliamo la morena della Vedretta di Marlet, un ghiacciaio completamente ricoperto di detriti ai piedi della parete Nord, quando tra le nebbie fa capolinea il rifugio Tabaretta. In breve, per veloci serpentine del sentiero, arriviamo al rifugio e proseguiamo oltre, in direzione della Forcella dell'Orso (!!!) quando sentiamo delle voci che chiamano. Il grosso del gruppo si è fermato al rifugio e aspetta di decidere il da farsi. Mancano ancora 400 metri al Payer e c'è da percorrere un lungo tratto di cresta dopo la forcella e con un bel temporale che rumoreggia sulle nostre teste. Sappiamo bene che le creste sono tra i luoghi preferiti dei fulmini, e dopo un breve conciliabolo decidiamo di fermarci al Tabaretta e di non proseguire. Inutile correre rischi con questo tempo.

Per la notte saremo ospiti della famiglia Reinstadler, con la speranza (dura a morire!!) di svegliarci con una domenica di bel tempo.

Prima di cena facciamo un pò di ripasso delle manovre di corda nella sala del rifugio, tra pantaloni e giacche appese ad asciugare e sotto gli occhi delle figlie del gestore. Mentre aspettiamo di sederci a tavola delle oscure presenze si aggirano tra di noi, quasi luciferine.. mancano solo gli zoccoli caprini e la coda: il resto c'è! Che sia causa loro il maltempo? non ci è dato sapere...

Ma finalmente arriva il momento positivo della giornata : una bella spadellata di pastasciutta innaffiata con un buon rosso ridà un pò di gioia alla gita, mentre fuori non vuol saperne di smattere di piovere. La cena continua generosa di cibo e di vino e l'allegria pervade tutti, e si continua a chiacchierare piacevolmente; la mancata salita ora non pesa più di tanto.

Dopo cena usciamo per dare un'occhiata al cielo, sempre piu grigio sopra di noi. La verticale parete nord dell'Ortler con le sue pendenze ghiacciate ha una parvenza spettrale. Davanti a noi si intravedono per un attimo il lago di Resia e di San Valentino, ma è un attimo prima che tutto sia di nuovo avvolto dalle brume del crepuscolo.

Rientriamo e ci sediamo piacevolmente a chiacchierare pensando all'indomani. Il meteo non lascia scampo, ma il gestore si offre gentilemente di alzarsi alle 3 per vedere le condizioni del tempo ed eventualmente chiamarci e preparare la colazione. Lo ringraziamo, e dopo l'ultima grappa ci ritiriamo.

La notte si dorme poco, e la pioggia tamburellante sul tetto accompagna il dormiveglia: l'una, le due.. le tre passano senza cambiare la colonna sonora. In altre situazioni sarebbe bello rigirarsi nel letto ascoltando la pioggia scendere, ma quà è piuttosto frustrante.

Alle sette non si riesce più a stare a letto e scendiamo a far colazione; tanto per cambiare piove, e il temporale tuona tutto intorno a noi.

Anche la sola salita al Payer è improponibile e allora ci concentriamo sul buffet dolce salato della colazione, abbondante e varia secondo i canoni altoatesini.

Rassegnati all'inevitabile doccia che ci aspetta ci prepariamo a scendere verso Solda.

L'Ortler non ci ha concesso neppure la sua vista.








martedì 8 luglio 2008

Le frontiere della comunicazione

Esco dal solco di questo blog per riportare un articolo apparso sul Messaggero Veneto di oggi a firma di Gian Paolo Polesini, arguta penna della pagina degli spettacoli.


"SARAI PADRE", TE LO DICO CON UN SMS. PUAH!


"Dire al proprio uomo: "aspetto un figlio da te" non ha prezzo. Nulla è paragonabile a quell'incrocio di sguardi, l'uno davanti all'altra, in quel momento. Unico. Era impensabile diversamente, almeno sin quando il mondousava i media e l'informazione nel modo corretto. Oggi ci si lascia con un fax, o via e-mail; i più pigri anche con un sms. Si evita così, il ricordo della faccia disperata dell'abbandonato, ci si nasconde dietro una rete, che in qualche modo ti protegge. Invece di riprendere in pugno le sane abitudinidel contatto umano live e non maledettamente filtrato, una delle tre aziende di telefonia mobile palleggia un concetto osceno. Mah si, osceno ci pare giusto. Basta un messaggino per dire al tizio che ti sei fatta "diventerai padre". E la morale? Puoi sfruttare il saldo dell'estate per dire al tizio che ti sei fatta "diventerai padre"non ti costa un tubo. Dovresti sborsare qualcosina in più se la futura mamma fosse costretta a raggiungere il tizio in auto. Con quel che si fa pagare l'oro nero. O in treno. O in aereo. Ah, fatica. Acquista i biglietti, poi metti i ritardi, la puzza di sudore altrui nello scompartimento, il jet-lag, gli scioperi dei controllori di volo o dei ferrovieri. No meglio così. Se usi il T9 stai anche prima. tanto non servono grandi smancerie, in fondo è soltanto l'annuncio di un moccioso in più su questa terra, e che sarà mai. Abbiamosopportato con santa rassegnazione svariati cicli "telefonici". Li abbiamo tollerati passivamnete perchè spesso impossibili da evitare, come il fagiano che attraversa la strada e tu stai passando in auto a tavoletta. Ce li siamo dimenticati: erano innocui, in fondo. A effetto trapano, ma innocui. Questo è il più idiota e vorremmo facesse la fine del povero fagiano."

Turisti per caso: Varallo






Rientrati ad Alagna e incontrato si sfuggita "Gnaro" Mondinelli, ci liberiamo da zaini e scarponi per dirigerci a Scopello, dove pernotteremo.

Internet è una gran bella cosa, interessante, utile divertente e dalle mille possibilità, come creare un blog, ma è anche in grado di tirar mezzi bidoni: il nostro albergo non sembra quello della foto... poco poco ci assomiglia... ma è lui o non è lui??

Con il dubbio di Drive-in-iana memoria entriamo con i bagagli, l'albergo sembra rimasto fermo a un vent'anni fa e la clientela era giovane nel Ventennio... comunque dobbiamo dormirci una notte! E almeno le camere son pulite!

Dopo una doccia da resurrezione usciamo a far due passi per il paese.

Due di numero, dopo il paese finisce!! Ah! Ah!

Son le cinque e mezzo e mancan un paio d'ore alla cena, che fare? Dopo "due" passi in centro, e salita alla chiesa non ci resta altro che sedersi in un bar e aspettare la cena.

Dopo un paio di giri, ci guardiamo attorno: siam circondati da varia umanità in ozio e ci riscopriamo incapaci di star li a passare il tempo senza far niente. Non siamo per le vacanze inattive!!

Finalmente arriva la sospirata ora di cena, che non si rivela all'altezza delle aspettative , ma almeno è innaffiata da un buon grignolino!

Domenica lasciamo senza troppa nostalgia Scopello e partiamo sotto un cielo carico di pioggia verso casa. Prima però decidiamo di fermarci a visitare Varallo.

Dopo una passeggiata in centro, bello e ben curato, tra calli e stradette strette, saliamo al Monte Sacro.

Salendo per il sentiero ci aspettiamo il classico santuario modello Castelmonte, ma quando arriviamo all'ingresso ci rendiamo conto che ci aspetta ben altro.

Dal 2003 il Sacro Monte è patrimonio dell'umanità e tutelato dall'Unesco; il complesso sorse a partire dalla fine del 1400 ad opera di Bernardo Caimi, che di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa scelse l'altura sopra Varallo per ricostruirvi i luoghi sacri di Palestina. La zona sacra è composta da una cinquantina di edifici, di cui 43 cappelle che riproducomo altrettanti momenti della vita del Cristo, descritti con circa 4000 affreschi e oltre 400 statue in legno, terracotta e gesso policrome, a grandezza naturale. Di grande impatto sono le ricostruzioni della Grotta della Natività, del Santo Sepolcro, nonche la Trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor e il Processo davanti a Pilato.

Piramide Vincent

La sveglia di sabato avrebbe dovuto suonare alle quattro e venti ma il simpatico (per modo di dire) gruppo di milanesi (o dintorni) che infesta il rifugio Mantova inizia la cagnara dei preparativi già alle tre e mezza, senza gran rispetto per gli altri ospiti del rifugio, Pierre e Marcel, i due francesi che dividono la camera con noi si alzano sconsolati (e in silenzio, loro!) e scendono giù per la colazione, mentre noi restiamo ancora un attimo sotto le coperte, anche se l'istinto combattivo dell'Alpinauta d'Alta Quota vorrebbe farmi uscire a dare una strigliata alle oche starnazzanti che affollano il corridoio.
Soprassiedo per pigrizia, e mi godo le coperte fino al suono della sveglia. Nadia non ha dormito molto, e durante la notte avrebbe volentieri spatasciato lo scrivente e i nostri compagni di camera, coccolati tranquillamente dall'abbraccio di Morfeo, rei di dormire tranquillamente, in barba alla quota.



Ci alziamo e iniziamo i preparativi, porto giù lo zaino e il materiale ed entro in sala a ordinare la colazione: sono le cinque e il gregge di pecore continua la sua chiassosa esistenza fuori dal rifugio: chi regolando i ramponi.. così son giusti? (ma non puoi farlo a casa?), chi chiedendo come deve legarsi e cosa deve fare con il cordino... il Machard? o il Prussik? Ma non è la stessa cosa? (...)
La colazione è a dir poco spartana (va ben che siamo a 3400 e rotti, ma per 50 €.. la differenza tra il laip dal purcit e il plàt dal cristian...) ma ci si adatta, discutere non servirebbe a molto. Il gestore mi dice, come ci avevano anticipato i francesi la sera prima, che la Punta Dufour non è praticabile per la presenza di cornici instabili, e quindi l'indomani ci saremmo accontentati della Punta Zumstein.
Usciamo dal rifugio e calziamo i ramponi, ci leghiamo e partiamo. La luce è sufficente e la forntale non si rende necessaria.
Iniziamo a risalire il ghiacciaio del Garstelet e Nadia avverte un pò di nausea, l'aspirina non ha ancora sortito effetto, saliamo con calma e passiamo a ridosso della Capanna Gnifetti abbarbicata su uno sperone roccioso a 3611m.
In quota la neve è abbondante, ma sul ghiacciaio si vedono già i primi crepacci aperti, seppur semisommersi dalla neve. Mano a mano che saliamo le nuvole si rincorrono veloci sul ghiacciaio del Lys, nascondendo a tratti la maestosa parete del Lyskamm e le rocce del Balmenhorn.
Nadia, causa la notte insonne non è al top della condizione, e visto anche l'evolversi del meteo decidiamo di rinunciare a raggiungere la capanna Regina Margherita e ci accontentiamo di salire la Piramide Vincent e di rientrare ad Alagna.
Arriviamo a 4000m e puntiamo alla nostra destra, verso il Colle Vincent, tra la Piramide ed il Balmenhorn.
Risaliamo il crinale sferzati dal vento forte, dietro a noi le cime si nascondono a tratti tra le nuvole che scendono grigie dal Colle del Lys, quando usciamo sulla cresta il vento si fa piu vigoroso e le nuvole ci avvolgono leggere, rendendo l'ambiente spettrale. Raggiungiamo la sommità della Piramide in compagnia di un'altra coppia di ragazzi, che salivano dal versante opposto.
La vista si apre magificamente verso il Lyskamm, il Corno nero e la Punta Parrot, ma le nuvole continuano a rincorrersi sul ghiacciaio per poi tuffarsi verso la Val Sesia.
Scendiamo nuovamente verso il Colle Vincent con il vento che soffia alle nostre spalle. Facciamo ritorno verso il Rifugio Mantova, dove ritroviamo i due francesi di ritorno dalla Margherita, stanchi e delusi per aver dovuto rinunciare alla Dufour.
Ripercorriamo i nostri passi sul ghiacciaio d'Indren, e ci fermiamo un pò sulle lastronate granitiche di Punta Indren prima di ridiscendere al Passo dei Salati.
Un chilometro più in alto c'è la cima della Vincent che scompare tra le nuvole.

La Montagna delle Winx (Elena docet)

Giovedì pomeriggio, finito il rito dello zaino (questo si, questo no, questo... mah si, che non si sa mai..) mi apprestavo a caricare corde, borse scarponi e zaini (appunto) quando Elena (la piccola di famiglia, non mi dilungo sui legami parentali che sennò si fa notte!!) si ferma accanto con la bicicletta e mi chiede:

"Vai in montagna? Vai sulla montagna delle Winx?? Vai sul Monte Rosa?"
"Si! Io e Nadia andiamo proprio lì!!"
"Verrei anch'io là!"
Mi guarda ridendo e poi va via continuando la biciclettata per il cortile, nella spensieratezza dei suoi 5 anni.

Finalmente è giunto il momento: si parte per la Val Sesia ed il Monte Rosa.
Venerdì la sveglia è alle cinque e la partenza... ...appena pronti.
Scarponi, piccozze, corda e zaini sono già in auto ad aspettarci ed alle sei ci mettiamo in viaggio in direzione di Alagna.
Il temuto traffico non è tanto pesante e passiamo indenni sia la tangenziale di Mestre che il Far West di Milano, per poi percorrere tranquillamente le campagne del vercellese alla volta della Val Sesia, che ci accoglie con i suoi boschi, i suoi paesi walser e i suoi ghiacciai, che per il momento sono nascosti dalle nuvole che cupe si rincorrono nel cielo.

Dopo una breve sosta a Scopello, arriviamo in una sonnacchiosa Alagna, dove l'atmosfera è più da villaggio di peones messicani che da rinomata stazione turistica delle Alpi.

Per la piazzetta della funivia ci aggiriamo solitari: gli impianti aprono alle due e un quarto è abbiamo davanti un pò di tempo da aspettare. Finalmente lo sportello apre, prendiamo i biglietti "alpinistici" (2 salite e ritorno gratuito per 25 € cadauno...) e scopriamo che gli impianti di Punta Indren sono chiusi e che dobbiamo salire al Passo dei Salati e da questo per lo Stolemberg a Punta Indren. Un'oretta in più di cammino per il rifugio!

Torniamo alla macchina e ci prepariamo: via i pantalon corti e su i Montura invernali, un'ultima controllatina ai materiali... c'è tutto! Andiamo!

Andiamo: facile a dirsi! Gli zaini sembrano pesare un quintale, ed entrare nella telecabina è già un'impresa.

Con due tratti di impianti saliamo in mezz'oretta al Passo dei Salati, a quota 2980, quasi duemila metri sopra Alagna! Usciamo dalla stazione di arrivo e imbocchiamo la traccia tra gli sfasciumi che ci porta a salire lo Stolemberg, 3202m, per ridiscendere di un centinaio di metri prima di risalire a Punta Indren, 3260m.
Ora iniziamo la traversata del ghiacciaio d'Indren, lungo la traccia che lo percorre in un lungo falsopiano, fino a raggiungere il costone roccioso dove si trova il rifugio Mantova, a 3470m. Davanti a noi tante piccole figure si snocciolano in processione lungo la traccia precedendoci lungo il percorso. Camminiamo senza fretta sul ghiacciaio, godendo il panorama gelato che ci abbraccia e arriviamo finalmente al rifugio. Lungo il costone che ci separa dalla Val Sesia le nuvole che salgono dal fondovalle litigano con il vento freddo del ghiacciaio, creando acrobazie sfilacciate nel cielo azzurro.

Davanti al rifugio un Cristo stilizzato alza le braccia verso le cime circostanti, quasi a esultare per la bellezza selvaggia che ci circonda.
E' strano ritrovarsi a pensare che un simbolo di sacrificio e di pace possa godere pure lui di quel sottile egoismo che pervade gli alpinisti quando vedono l'oggetto della loro cupidigia a portata di mano, tutto per loro, e per il loro piacere.

Il rifugio palpita di vita, sul terrazzo che guarda sull'Alpe d'Indren, alcune decine di alpinisti parlano dei loro progetti per i giorni seguenti, entriamo a"sbrigare" le formalità per il pernottamento, e il gestore ci avvisa che ceneremo con il secondo turno, verso le otto. Poco a poco il terrazzo si svuota e resta tutto per noi, un messaggio a casa per rassicurare le mamme, e lo sguardo si perde tutt'intorno, estasiato.

Tutto d'un tratto si è fatto silenzio, il grosso degli ospiti sta cenando all'interno e fuori siamo rimasti noi due e due ragazzi francesi, i nostri compagni di stanza.

Ci godiamo gli ultimi scampoli di sole prima di cena, mentre il pensiero corre già al giorno dopo.