Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

martedì 30 settembre 2008

Amici in rete, compagni sui monti

Che emozione quando delle semplici immagini sullo schermo prendono vita e calore umano.
Per mesi ci siamo scambiati commenti e mail e, dopo l'appuntamento mancato sul Rosa, eccoci, finalmente, in una fresca mattina trentina, a tu per tu con i bergamaschi di myspace!!
Si, sono proprio loro!


Linda e Daniele, come tante volte li avevamo visti in foto sul web! Ora in carne e ossa!
Ci guardiamo attentamente, mentre mani si stringono e baci si scambiano: wow! Dopo aver conosciuto Marco e Giovanna di "SuiMonti" è arrivata l'ora degli amici di Myspace!
E cosa c'è di meglio se non incontrarsi a metà strada, in un posto come il Catinaccio, nuovo per tutti noi? Due giorni per conoscerci di persona, scherzare e condividere questa grande passione che ci accomuna... dal vero questa volta!
E son stati due giorni di bellissimo sole, stupendi panorami, lunghe camminate e divertenti chiacchierate!
Che bello! Gli amici di myspace son diventati una realtà anche al tatto!

lunedì 29 settembre 2008

Impressioni di settembre

Un mattino silenzioso ci accoglie al Passo Principe. Il vallone del Vajolet e del rifugio Bergamo sono immersi nelle nebbie e il sole si tende timido sulle cime. Il freddo si fa sentire e la neve scricchiola gelata sotto i passi. Esco fuori dal rifugio e salgo nel silenzio all'attacco della ferrata Ovest del Catinaccio d'Antermoia, a pochi minuti dal passo. La neve è ghiacciata nel primo tratto non attrezzato e senza ramponi non è sicuro salire. Nella mia testa la cosa sarebbe fattibile, ma so che Nadia non si sente sicura sul misto in libera e Daniele è col tutore. Sono pochi metri, dopotutto, fino al cavo.
Mentre penso al da farsi faccio qualche foto in giro e mi suona in testa una canzone della PFM, cantata da Battiato, "Impressioni di settembre". Alla fine decido che è meglio non rischiare. La parete è ancora in ombra e lo sarà ancora per un pò, inutile perder tempo ad aspettare.

"No, cosa sono adesso non lo so,

sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso,

no, cosa sono adesso non lo so,

sono solo, solo il suono del mio passo,

e intanto il sole tra la nebbia filtra già,

il giorno come sempre sarà"


* * *

Lasciamo il rifugio e saliamo al Passo d'Antermoia, la neve è ancora ghiacciata e a tratti si scivola, guadagnamo velocemente una piccola cresta che domina tutto il vallone, con una meravigliosa vista sulla Roda di Vael, sul Catinaccio e sulle Torri del Vajolet che spuntano da un mare di nuvole.

Prima del passo deviamo sulla destra, calandoci in un valloncello, lungo una traccia che ci porta al passo de Scalieret, da dove parte la cresta che porta all'omonima cima. Dal passo un passaggio esposto consente di salire sull'ampia cresta che si restringe in prossimità della cima. Prima Nadia e poi Linda rinunciano a proseguire a causa di un passaggio da equilibristi reso un pò più infido dalla neve ghiacciata.Raggiungiamo la cima io e Daniele. Le Dolomiti si schiudono agli occhi del nostro amico, che per la prima volta le vede: Civetta, Marmolada, Antelao, Pelmo, il Sella, Sassolungo e Sassopiatto si ergono splendenti dalle nebbie del fondovalle nella luce del mattino. Foto di rito e torniamo indietro a raggiungere le nostre infreddolite compagne. Assieme raggiungiamo il Passo d'Antermoia. Ormai son le undici passate e scendiamo velocemente sul sentiero innevato verso il rifugio Antermoia, rasentando la Croda del Lago, lungo il Valon d'Antermoia, in un ambiente che ricorda le atmosfere dei spaghetti western, da un momento all'altro non ci stupirebbe vedere arrivare un cavallo che traina una cenciosa slitta con sopra il Terence Hill di Trinità!!

Arriviamo al lago d'Antermoia, con sullo sfondo la Regina che ci mostra le spalle mantate di ghiaccio, dietro a noi la mole massiccia del Catinaccio e della Croda dei Cirmei.

Nei pressi di un ormai deserto rifugio ci fermiamo a mangiare. Il sole ci scalda il viso e lo sguardo spazia sulle cime tutt'intorno, finchè giunge l'ora di rimetterci in cammino. Attraverso i Lastees d'Antermoia risaliamo verso il Pas de Lausa, un paesaggio reso ancor più lunare dalla neve caduta i giorni prima.

Scendiamo lungo la Val de Lausa e raggiungiamo il Passo delle Scalette, sul fianco del Larsech. Ora la discesa si fa ripida e con qualche tratto attrezzato, il vallone s'incunea tra la Pala da la Lacia e il Gran Cront. Il sentiero è in ambiente severo e solitario, e il silenzio ci accompagna. Finalmente una breve risalita su una paretina scura ci introduce ad un comodo sentiero che, attraversando un bosco odoroso di resina ci accompagna a Gardeccia. Le gambe sono provate dalla lunga discesa e la dolce risalita verso Ciampedie le rilassa un pò.

Mentre attraversiamo una delle piste da sci, pochi metri sotto di noi una coppia di caprioli pasteggia tranquilla con dell'erba grassa. Ci guardano incuriositi e quieti mentre li fotografiamo e poi all'improvviso, scattano verso il bosco.

Arriviamo a Ciampedie e ci sediamo su di una panchina. Mentre aspettiamo la funivia che ci riporterà a valle, l'occhio corre felice sulle cime arrossate dal tramonto.

Rose d'inverno

"Si narra che il Catinaccio fosse abitato da un popolo di nani che scavavano nelle sue viscere alla ricerca di cristalli, argento e oro. Talvolta essi venivano all'aperto e si arrampicavano sulle cime per guardare il sole che tramontava. Quando i pastori delle malghe sedevano davanti alle loro capanne e stavano con l'orecchio teso ad ascoltare, nel silenzio della sera si sentivano cadere dei sassi nei burroni ed altri strani rumori: erano i nani che comunicavano tra loro. Il loro Re si chiamava Laurino, era piccolo di statura ma valoroso. Cavalcava un cavallo non più grande di una capra e possedeva un'armatura dalle incomparabili qualità: il manto lo rendeva invisibile e la cintura gli dava la forza di dodici uomini. Di lui si innamorò segretamente la valchiria Sittlieb che era al suo servizio come cavaliere, e per lui creò un meraviglioso giardino davanti alle porte del suo castello, incastonato nella roccia, in cui tutto l'anno fiorivano innumerevoli stupende rose profumate".

Abbiamo avuto la fortuna, in questo principio d'autunno, di entrare nel giardino di rose ammantato d'ermellino: giornate dominate dall'azzurro del cielo, dal bianco della neve, e dal fuoco delle rose.



Dopo una levataccia antelucana lasciamo il Quadrivio alla volta della Val di Fassa: novelli Ulisse percorriamo le vie di terra che ci portano al cospetto di invitanti sirene: Civetta, Pelmo, Marmolada, Sella si fanno ammirare lungo la strada che ci porta alle porte del Catinaccio. L'appuntamento con Linda e Daniele è per le nove a Vigo di Fassa. Arriviamo alla funivia che sale a Ciampedie e li chiamiamo per vedere dove sono: stanno arrivando. Una Ford scura arriva con guida sportiva nel parcheggio: "eccoli qua" dico a Nadia "tipica guida da camionaro bergamasco!!!" e in effetti son loro! Finalmente di persona, dopo la conoscenza sullo "speis"!


Ci prepariamo velocemente e ci dirigiamo verso la funivia, al telefono, dal rifugio, ci avevano detto che c'erano un 30 centimetri di neve, ma sembra tutto pulito e lasciamo giù il peso dei ramponi, giusto la corda e qualche protezione.


L'idea è di arrivare al passo Santner passando per il passo delle Coronelle, e di seguito scendere al Vajolet e salire al Principe.

Sarà che la passione per la montagna accomuna, ma ci sentiamo subito a nostro agio con i ragazzi, e inbocchiamo il sentiero da Ciampedie a Gardeccia immersi nella conversazione, in breve arriviamo al rifugio Catinaccio e iniziamo la salita verso il Passo delle Coronelle. Il sentiero sale dolce e dopo un pò incontriamo le prime falde del bianco mantello. Man mano che saliamo il manto nevoso aumenta di consistenza, e il precedente passaggio di alpinisti ha reso la neve dura e ghiacciata. Arriviamo a qualche centinaio di metri dal passo e chi ci precede è un pò in difficoltà sulle roccette sopra di noi. Un ragazzo che scende ci dice che sull'altro versante il sentiero è ripido e ghiacciato, con molta neve. Il non avere i ramponi e il polso convalescente di Daniele (la prossima botta lo porta dritto in sala operatoria) ci inducono a tornare sui nostri passi, dirigendoci verso il Vajolet.

Arriviamo al rifugio in un atmosfera un pò surreale: da un lato della vallata la pietra è calda al sole, dall'altro immersa nel freddo manto cristallino; il rifugio sonnecchia e le moltitudini di villeggianti estivi sono un tenue ricordo. Entriamo a mangiare qualcosa nelle sale deserte, i gestori hanno le faccie rilassate di fine stagione e si lasciano volentieri andare, scambiando qualche battuta.

Usciamo nel tiepido sole di fine settembre: Daniele e Linda restano ad aspettarci al Vajolet, mentre io e Nadia saliamo,liberi dagli zaini, al Re Alberto, al cospetto delle Torri.

Saliamo leggeri lungo il sentiero, a tratti ghiacciato, e man mano che si sale la neve aumenta. Al rifugio ci saranno trenta centimetri! Tutto intorno a noi è coperto di bianco e le Torri svettano di fronte a noi. A dire il vero son più belle in foto che dal vero. Scendiamo velocemente lungo il sentiero e ritroviamo i nostri compagni infreddoliti all'ombra del Catinaccio.

Ci rimettiamo in cammino verso il Rifugio Passo Principe, le nuvole prendono il posto del cielo azzurro e l'atmosfera si fà sempre più invernale, mentre Daniele e Linda ingranano le ridotte, io e Nadia saliamo con calma godendoci le luci del giorno che cede il passo alla sera.

Arriviamo al rifugio, un piccolo gioiello di legno incastonato nella dolomia. Entriamo nel caldo tepore che profuma di legno e ci sistemiamo nelle piccole camerette del piano superiore.

Scendiamo e troviamo Linda e Daniele alle prese con il gestore, prodigo di parole e storie, con cui intrattiene a rotazione gli ospiti del rifugio.

Apprezziamo la cucina del cuoco, con qualche riserva, e ci diamo battaglia a briscola, confrontando la scuola bergamasca con la scuola friulana.

Alla fine vince il sonno e abbracciamo velocemente (almeno io) il regno di Morfeo, tra austriaci ronfanti e profumo di legno.

lunedì 22 settembre 2008

Marathon climbing

Dopo essere stata rinviata per le condizioni meteo finalmente giungeva l'ora della Marathon Climbing alla falesia del Monte Strabùt."L' Orso-Alpinauta, che già sentiva già l'approssimarsi dell'autunno e del dolce letargo nel caldo giaciglio, optava per un comodo risveglio, una comoda colazione e un comodo arrivo al meeting, dopo aver portato, sempre comodamente, Nicolino dal Darione, nell'Impero di Goricizza; d'altro canto già nei propositi proclamati inventandosi Rimpinant Ator assieme ai DorigoClimbingBrothers aveva bandito la frenesia della gara a favore del piacere di stare assieme, quindi il tutto aveva una logica lapidea!".
Un domani dovessi scrivere un romanzo sul circuito potrebbe essere un buon inizio, ma intanto mi limito al racconto di una bella giornata, passata arrampicando.
Bepi e gli altri si davano appuntamento alle otto e mezza in piazza, per poi salire a Tolmezzo con calma e con una sosta per la colazione di gruppo, io me la prendevo ancora più comoda e puntavo la sveglia verso quell'ora. Dopo aver lasciato Nik dai miei, alle prese con la "montagna" di compiti, io e Nadia ci dirigevamo verso lo Strabut, sorbendoci il traffico dei domenicali di metà mattina: svegliarsi un pò più tardi ha i suoi vantaggi in termini di sonno, ma anche i suoi svantaggi in termini di traffico!
Arriviamo in falesia e troviamo un sorridente e placido Albino che ci accoglie all'iscrizione: "Dai che almeno il tempo è buono!". Incrociamo suo fratello Gianni e ci complimentiamo per aver passato gli esami di Aspirante Guida, e constatiamo che è già all'opera con i nipoti.
Sbrigate le formalità ci prepariamo e andiamo in cerca dei nostri amici Orsi scoprendo che sono in buon numero: Bepi, Jeannette, Roberto, Loris, Federico, Tiziano, Big Roberto e Silvan, il Cimenton e Alessio erano gia all'opera sulla roccia dello Strabùt!
Aspettando il nostro turno sulla via che stan salendo Loris e Tiziano, per sgranchirci un pò iniziamo con la "4" salvo poi deviare su un'invitante vietta a buchi e reglette... per iniziare però un 6b non è il massimo!
A tre spit dalla catena mi pianto!
"OK Nadia, cala! Riprovo dopo!"
Nel frattempo il 5b di Loris è libero e iniziamo con calma a far punti. Tra una chiacchiera e l'altra il tempo passa, le dita stringono appigli, le corde scorrono nei rinvii e l'atmosfera è piacevole e rilassata. Tutta la falesia brulica di magliette blu, e dal prato sale la musica e il profumo di salsiccia!!
E con l'aiuto dei profumi della cucina, con i consigli di chi stà 30 metri più in basso, "c'è un buchetto, un britùlut sulla destra, fuori dallo strapiombo", alla fine riusciamo a chiudere pure il 6b! Punti su punti! E dita spellate!!
"Ancora una vietta e andiamo a mangiare" è il pensiero di molti.
Scendiamo al chiosco degli Orinabuoi per birra e panino e il sole lascia il posto alle nuvole e all'arietta frizzante. Di fronte, al di là della strada, l'Amariana si mette il cappello, e l'aria da frizzante inizia a diventare fresca.
Ripartiamo con un 6a per scaldarci (nel vero senso della parola) ma il vento è fastidioso nel settore basso.
Il tempo è passato in fretta e son quasi le cinque, saliamo al settore alto dove raggiungiamo gli altri, impegnati sugli ultimi tiri, dal piazzale arriva il fischio di Albino che mette fine al meeting. Pian piano scendiamo tutti a consegnare i punteggi, e mentre al tavolo dei giudici si fanno i conteggi si ripone il materiale e si trova il tempo per una birra in compagnia.Giunge l'ora della classifica finale: gli Orsi-Alpinauti chiudono al tredicesimo posto!
Aspettiamo la lotteria e poi salutiamo tutti gli amici del meeting, c'è un fusto di bionda da finire e dopo le fatiche sui gradi francesi, si passa alle fatiche sui gradi... alcolici!!!
Mentre torniamo verso casa mi fa piacere sentire come Nadia ha vissuto la giornata: arrampicando senza frenesia tra amici, in un'atmosfera rilassata e cordiale!
Bene! Vuol dire che abbiamo visto giusto!


martedì 16 settembre 2008

Il richiamo del sepolcreto

C'è sempre una prima volta e oggi per la prima volta parliamo di un libro che è legato al mondo della montagna, anche se non è propriamente un libro di montagna, ovvero non è una guida alpinistica o un romanzo alpinistico.

E' un romanzo thriller, ambientato in un immaginario paese della Carnia, Cason di Zellan, poco distante da Tolmezzo. A scriverlo è un amico, Eugenio Nascimbeni, quarantottenne bergamasco con ruvide radici paularine, il padre è infatti originario del Canale d'Incarojo.

Il romanzo narra di un antico pendaglio celtico, depositario di una terribile maledizione, che unisce le strade e i destini di due giovani sullo sfondo della Carnia.


Dalla quarta di copertina:


“Sei giunta fino a me affinché la profezia si avverasse. Ora l’amuleto è tuo per sempre. Te ne farò dono affinché quanto è stato deciso possa compiersi”

Nel IV secolo a.C., in un territorio celtico corrispondente all’attuale Carnia, l’amore di Alasia e Damien si scontra con la brutale ferocia di Athor, crudele signore del loro villaggio, da sempre innamorato della giovane. Duemilacinquecento anni dopo l’istintivo desiderio di Mary, squillo d’alto bordo, la porta a rubare un prezioso amuleto dalla casa milanese di Graziani, un piccolo industriale dai traffici poco puliti, scatenandone le ire e dando origine ad una caccia senza tregua, fino a Cason di Zellan, un minuscolo paese della Carnia sorto sulle ceneri dell’antico villaggio celtico di Alasia e Damien. L’incontro con Siro, commesso in un supermercato, sembra voluto dal destino, così come il ritrovamento di una necropoli celtica in quel piccolo paese.

L’impressione di aver già vissuto quei luoghi e quelle emozioni accomuna i personaggi, prima spaventati, poi increduli, poi consapevoli del loro destino. Il pendaglio trascina con sé una maledizione ancestrale, che rischia di annientare il presente per colpe del passato e che deve essere spezzata.
Karna, divinità celtica, tesse le fila di una vicenda lunga duemilacinquecento anni, che intreccia tra passato e presente, personaggi e luoghi apparentemente estranei gli uni agli altri, alla ricerca di una vendetta che attende da troppo tempo di essere compiuta."


Il titolo del secondo romanzo di Eugenio è "Il richiamo del sepolcreto" e ho avuto il piacere e l'onore di leggerne un capitolo in anteprima, e tanto l'idea narrativa che lo stile prendono il lettore da subito.
“Il richiamo del sepolcreto” pagg. 272
disponibile su http://www. lulu. com/content/3909602

lunedì 15 settembre 2008

Si ricomincia!

In una giungla di ragazzini urlanti, zaini colorati e genitori di bimbi di prima media spaesati è ricominciato anche per Nicholas l'anno scolastico! Quest'anno si va in seconda media! Auguri!!! ...e continua così!!!

domenica 14 settembre 2008

Pioggia.. e ispirazioni

Visti il meteo e il "periodo poetico", pubblico anche io questa poesia, nata un anno fa, durante un fine settimana uggioso come questo, da un fitto scambio di sms poetici tra me e Silvia. La bozza è di Silvia, miei gli adattamenti e la messa in rima. Questo il risultato, giudicate voi.
Montagna

Sfuggo alla pioggia e alla tristezza
dentro ricordi di rara bellezza
giorni stupendi di sole e tepore
di ruscelletti e di prati in fiore
valli assolate,cime innevate
laghi sperduti fra irte scarpate
salite ardite e pareti battute
prati a picco e ampie vedute
magici boschi e dolci radure
che calan giù su verdi pianure
Cammineremo fino a trovare
qual'è il motivo di tanto cercare
cosa ci spinge a tanta fatica
a rincorrer la meta ambita
E' nei silenzi e in quella pace
che ognuno di noi si trova capace
di un conforto,di quell'amore
di una natura che ti apre il cuore
Orsù salite più lentamente
aprite gli occhi, aprite la mente:
è nelle piccole cose che la natura
ha dimostrato la sua bravura
guardate i fiori, e quell'alberello
nato nella roccia ma così bello
guardate l'acqua che divertente
gioca fra i sassi, funge da lente
E che piacere fermarsi e ascoltare
quando il sole s'accinge a calare
sotto le fronde in una pineta
il dolce fruscio che tutto quieta
la voce del vento che fa scricchiolare
le cime più alte che vuole piegare
In questa pace che nulla pretende
un capriolo nell'ombra ci attende
alza lo sguardo,osserva in silenzio
questo è il suo mondo,questo è il suo tempio.

venerdì 12 settembre 2008

Ispirazioni

A volte basta una luce diversa dal solito per ispirare l'animo umano.
Avete mai provato a camminare lungo le strade di campagna al crepuscolo? Le strade bianche dei magredi, rendono al cielo il blu che questo gli ha regalato durante il giorno. E' una percezione strana, fantastica.
Altre volte per ispirare l'animo umano basta il soffio del vento, basta leggere Kugy.
Altre volte i pensieri di un amico diventano poesia nella tua testa. Senza grosse pretese artistiche, sia chiaro.
Nel mio piccolo, leggendo le parole di Luca su Montagne Sottosopra, quello che voleva essere un complimento è diventato una piccola poesia. Forse poesia è una parola grossa. Diciamo che sono delle belle parole.

Di un'arcana bellezza
Non rimane che il ricordo
Deturpata dall'acciaio
Deturpata dalla cupidigia
Deturpata dall'uomo

Bellezza selvaggia
Aspra e combattuta
Dolci calcari
Graffiati dall'acqua
Dolci calcari
Spazzati dal vento

Ricordi...
Di tempi passati
Ricordi...
Di solitudini perse


Pensieri dedicati alla bellezza selvaggia del Canin.

domenica 7 settembre 2008

Silenzi che parlano

Non mi piacciono le commemorazioni. Non amo le targhe in ricordo di tizio e caio, che spesso si incontrano lungo i percorsi di montagna, memorie silenziose delle sfortune altrui.Sabato, comunque, sono salito a Casera Pal Grande in occasione della posa del Crocifisso a ricordo dei nostri soci mancati nel corso degli anni.
Penso che questa mia partecipazione, più che dovere istituzionale, in quanto membro del consiglio direttivo che ha ratificato la proposta di posa da parte di alcuni soci, sia figlia di un sentimento di appartenenza al gruppo, alla comunità rappresentata dalla Sezione che nasce lontano nel tempo, e mi è molto dispiaciuto che, per misere sciocchezze e ciechi arroccamenti sulle proprie posizioni, chi ha fatto quella proposta non abbia partecipato alla cerimonia. Certo, ci sono impegni improrogabili e problemi di salute che possono ostacolare, ma non "di domenica sarebbe meglio", "una scusa per andare a fare una pasta in casera"
Perchè poi? Perchè la commemorazione è stata effettuata al sabato e non la domenica, poichè Don Gianni la domenica deve officiare la Santa Messa in quattro parrocchie. Evidentemente ovvie questioni pratiche son state lette da qualcuno come chissa quali oscure manovre.
Ma lascio queste "misere" questioni a chi "miseramente" vi dedica il proprio (misero) tempo.
La giornata è autunnale dal primo mattino, vento, cielo grigio e minaccia di pioggia, ma ci avviamo lungo il sentiero, attraverso il bosco degli Stavoli Roner ovattato dalle nebbie, accompagnati da un silenzio che s'intona alla giornata.Arriviamo in Pal Grande mentre Gianni sta preparando l'altare per la liturgia. C'è il tempo per mettere addossp qualcosa di asciutto e coprirci prima che inizi la celebrazione.

Sono lontano da queste celebrazioni, ma colgo le parole di Gianni, durante la predica al Vangelo, il brano della salita all'Oreb di Elia: "nel sussurro di una brezza leggera", errata traduzione di San Girolamo dall'ebraico, che in realtà é "nel sussurro di un silenzio leggero" un silenzio leggero che ti fa capire, in mezzo ai monti, lontano dalle folle chiassose, in un ambiente che acuisce la percezione di certi valori da molti dimenticati, la grandezza del creato e del creatore, comunque lo si intenda. Un silenzio che trasmette il ricordo di chi non è più accanto a noi, ma che sentiamo, in questi silenzi, vicino, al nostro fianco.

La messa termina e saliamo in Casera. Come dice Enzo, il momento di raccoglimento in ricordo degli amici che non ci sono più e anche un momento per stare assieme e rafforzare i legami tra la comunità della Sezione. E che lo si faccia davanti ad un piatto di pastasciutta non toglie certo dignità e rispetto ad una giornata come questa. Mi tornano in mente i sorrisi passati di chi non c'è più, davanti ad una birra o a un bicchiere di vino dopo una bella salita, e il brindisi della casera sale anche a loro.

Fuori le nuvole continuano a rincorrersi e nasconderci la vista delle cime che circondano la casera. Saliamo sul Rossboden e sul Pal Grande ancora una volta mentre il vento porta i pensieri lontano.C'è un senso di solitudine in questa giornata, ma il volgere lo sguardo in basso verso la casera, il saper che giù c'è la giusta compagnia, saper che c'è chi condivide i tuoi valori e le tue esperienze fa evaporare questi pensieri, come il sole fa sparire le nebbie del mattino. E in questi momenti si coglie il senso che ha il ricordare gli amici che non ci sono più: anche se siamo soli, il loro ricordo e il loro intendere la vita come la intendiamo noi ci fa compagnia lungo il sentiero.

martedì 2 settembre 2008

Alpinauti Sui Monti - Parte terza

Il sorgere del sole ci coglie in... bagno!
Qualche fortunato il sorgere del sole lo gode da... Si! Proprio da li!
Scendo velocemente dalla camera per immortalare l'aurora e già trovo Daniele e Nadia intenti a scattare!
Bellissimo.


Il rifugio è sonnacchioso, anche il resto degli ospiti pare non aver fretta di partire. Il papà di Chiara è indeciso sul da farsi: salire con noi o proseguire per la Lienzer Hutte?
"Eh si! in effetti quasi 800 metri in salita e poi 1700 in discesa son tanti.. andrò con Enzo e Maria!"
E così uno sconsolato Ettore ci saluta mentre saliamo verso la cima del Petzeck. Forse a molti può sembrare una frase senza molto significato, se non fosse che Ettore ha 84 anni e il giorno prima è salito con noi al nostro ritmo (quello dei trennt'anni) senza problemi!
Facciamo colazione alla spicciolata e alle otto siam tutti pronti davanti al rifugio.
Il sentiero sale con svolte decise di un centinaio di metri per poi iniziare un lungo traverso verso nordest, con qualche tratto esposto assicurato con funi. La vista si apre davanti ad un mare di nuvole che copre tutto il fondovalle e le cime sbucano come denti aguzzi dalla coperta di nubi! Il cielo è tersissimo, infinitamente blu. Scendiamo verso una dorsale verde smeraldo puntellata di varie e strane conformazioni rocciose, per poi risalirla verso i pendii detritici in un ambiente sospeso tra le tranquillità lunari dei ghiaioni e l'inferno dantesco delle cime.

Risaliamo un costone che ci porta velocemente verso una cresta larga e piatta che chiude ad ovest il relitto glaciale del Petzeck: ed ecco che la cima ci si para davanti con la sua grande e splendente croce d'acciaio, eretta dal Club Alpino Olandese (Si! Esiste! Ma saliranno sulle dighe??).


Arriviamo in cima verso le undici e... WUNDERBAR!!!
I Tauri si parano davanti a noi in tutta la loro maestosità: il Gross Venediger, il Gross Glockner, il Sonnblick a nord della cima , mentre a sud, spuntano dalle nuvole le Lienzer Dolomiten, e più lontano il Cogliàns e la Chianevate, il Montasio e il Fuart, ancora più indietro si riconoscono le sagome del Tricorno e del Mangart. Una visione che si può ben definire paradisiaca.
E un pensiero comune vola verso chi non è dei nostri, ringraziandolo di averci risparmiato la pioggia!! (Povero De Ronch! Ma quanto mai ti avranno fischiato le orecchie??)
Pian piano la cima si svuota e restiamo soli a godercela. Le pareti a nord appaiono dirupate e verticali, cupe nell'ombra precipitano per qualche centinaio di metri verso la Gradental.

Si fa mezzogiorno e a malincuore iniziamo a scendere verso il rifugio, con una giornata così si resterebbe volentieri in cima fino al tramonto, ma il ritorno è lungo, e quindi torniamo sui nostri passi.


Le nuvole che occupavano il fondo valle iniziano a sfilacciarsi in alto verso il sole, creando suggestive quinte eteree che ci scorrono sopra le teste mentre raggiungiamo il rifugio.
"E adesso una birra ci sta di sicuro!" Sentenzia Gianni!
Il rifugio ha ancora l'aria sonnacchiosa, il tepore del pomeriggio concilia la pennicchella, e anche la valchiria abbozza un sorriso mentre usciamo.
Vista l'ora e i piedi di qualcuno decidiamo di scendere direttamente alle auto, tralasciando il passaggio alla Lienzer Hutte. Lungo il sentiero siamo avvolti dalle nostre chiacchiere e dalla convinzione di aver goduto di una delle più belle giornate di questa estate.
Sicuramente una delle più belle, impreziosita da tre nuovi amici.

Alpinauti Sui Monti - Parte Seconda

Terminata la cena, mentre qualcuno si dedica all'arte della chiacchiera, qualcun'altro parte per il giro del lago inferiore: il periplo è attrezzato in alcuni punti, e ci sono divertenti passaggi a pelo d'acqua.
Della partita siamo Io, Gianni, Giovanna, Marco e Daniele. Usciamo dal rifugio al crepuscolo, sotto un cielo cangiante dal rosso al blu cupo. Le cime frastagliate dello Schober Gruppe fanno da corona ai laghi, il nero profilo delle creste cinge la vista verso il cielo.


Man mano che procediamo lungo le rive la luce del tramonto cede il passo alle tenebre: per tutti si presenta una interessante novità! La prima ferrata in notturna! Che figata! Saltelliamo sui sassi , con gli occhi che pian piano si abituano alla debole luce fin quando non giungiamo alle prime attrezzature: superiamo un breve risalto e continuiamo verso i due tratti a filo d'acqua che percorriamo alla luce delle frontali: siamo in cinque con tre pile!
Una buona, una fioca, una piccola!
Sembra il titolo di un film di Sergio Leone! Probabilmente sul ponte sospeso ci aspettano Clint Eastwood e Lee Van Cleef.
Invece non c'è nessuno!
Nadia, Ilaria e Chiara han preso paura del buio e sono tornate al calduccio del rifugio!


lunedì 1 settembre 2008

Alpinauti Sui Monti - Parte Prima

"Bundì Alpin! i miei sogni di conquista si son infranti ieri mattina contro un'auto. Niente di grave, solo due grandi botte e niente di rotto! Mandi a quando sarò nuovo!"
E così il Duca degli Abruzzi comunicava la sua defezione alla spedizione sui Tauri.
Povero Loi! Andare al lavoro è pericoloso!!!
Meglio, e più sicuro, andare in montagna!!
Ed è quello che abbiamo fatto!!
Alle otto di sabato mattina un Presidente già preoccupato ci attende in Piazza Giardini: "Pensavo di aver sbagliato orario! Non vedevo nessuno!", mentre lo rassicuro ecco che arrivano Chiara e suo papà! Ok! I codroipesi ci sono tutti!
Puntiamo su Gemona, dove al Fungo ci aspettano Ilaria e i suoi tanti alias e Marco con Giovanna e Daniele.
Marco e Giovanna! Dopo tante idee e impressioni sull'andare in montagna attraverso la rete, finalmente ci conosciamo di persona: Alpinauti-SuiMonti: La prima gita assieme!
Epico!
"Mistico!!!", direbbe Nicholas, dal suo buen retiro nelle campagne di Pozzecco!
Mancherebbe un pò di elettricità a metterci Sottosopra, ma Luca e Marisa (e la pioggia che, fantozziana, li accompagna dice qualcuno...) oggi non potevano essere dei nostri!
Alea iacta est! Ormai il dado è tratto e in breve colmeremo anche questa lacuna!
Bene! Compattato il Gruppo dirigiamo verso la valle della Drava, verso la nostra meta: la Wagenitzsee-hutte e i 3284 metri del Monte Petzeck, nel Parco Nazionale dei Tauri.
Saliamo i tornati di Passo Monte Croce Carnico sotto un cielo splendente e terso. Passiamo Oberdrauburg e svoltiamo verso Lienz. Ben presto alla nostra sinistra ci appaiono i gendarmi dolomitici delle Lienzer Dolomiten e presto imboccheremo la strada per il GrossGlockner.
Nei pressi di Iselsberg svoltiamo, dopo qualche perplessità di navigazione, in direzione della Lienzer Hutte: prima del parcheggio ci attendono una decina di chilometri di polveroso sterrato che ci porterà a Seichenbrunn, il parcheggio da dove parte la teleferica per il rifugio.
La valle è spettacolare e la splendida giornata aiuta a farla apprezzare ai nostri compagni di escursione che si guardano attorno estasiati, come noi d'altro canto. Quando ci eravamo venuti l'anno scorso la valle ci aveva accolto ammantata di nuvole basse e un pò di pioggerellina.


Soliti preparativi di rito e zaino in spalla: si è fatto mezzogiorno e cerchiamo un posticino dove mangiar qualcosina prima della salita al rifugio. Ci fermiamo poco prima del bosco e aproffittiamo della pausa per iniziare a conoscerci tra web-escursionisti.Fa strano parlare con chi fino a poche ore fa era una foto sul video o una chat su Skype, e i timori che che accompagnavano questo momento svaniscono sotto il sole dell'Austria Felix: la combriccola esplode in un fiume di parole, racconti e quant'altro, quasi non avessimo che quel quarto d'ora (Si! E' sempre lui! Il famoso quarto d'ora!!) per dirci tutto quel che c'è da dire.Il Presidente richiama all'ordine il suo capogita, e io diligente dò l'ordine: "zaino in spalla!!"
E cosi la truppa si snocciola lungo il sentiero che, appena uscito dal fitto del bosco ci introduce in un verde tappeto di rododendri, anteprima degli ancor più verdi pascoli più in alto. Saliamo senza fretta e fatica in un ambiente che risponde perfettamente alle parole bucolico e fantastico: wunderbar!

Con pendenze dolci arriviamo alla Unt.Seescharte che ci introduce alla meraviglia del Wangenitze-see! L'anno scorso, con il cielo nuvoloso il posto mi è sembrato bellissimo, con il sole è da sogno!

Ormai siamo arrivati alla meta! Il rifugio ci attende!


E l'accoglienza non è idilliaca, un pò colpa nostra per aver avvisato tardi che eravamo in meno, un pò per l'irruenza della valchiria aldilà del bancone, le cose prendono una piega spiacevole, ma si sà, tutto il mondo è paese! Con il tedesco di Marco e con un piccolo ritocco al conto le cose tornano a filare per bene. "Toccali nel portafogli e sono tutti uguali!" sentenzia Enzo.

Finalmente ci viene assegnata la camera e ci sistemiamo.

C'è giusto il tempo per quattro chiacchiere e una birra prima di cena (orario da ospedale: h 18.00 a tavola!) e Giovanna mi assale scuotendomi per la spalle: "Finalmente! E' Vero! Esiste l'Alpinauta!".