Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

martedì 29 settembre 2020

Terza Grande

Le ultime curve della strada, prima del parcheggio, ci portano nel cuore delle ferite inferte da Vaia. Una landa piena di scheletri ci circonda mentre ci incamminiamo lungo la strada che sale a Casera Mimoias. Il sole, basso nell'orizzonte del mattino, mette in risalto i sopravvissuti di quella lunga notte, ancor più fieri nel loro protrarsi verso il cielo.


L'aria del mattino è fredda e carica di umidità. Dal fondo del Canale di San Pietro salgono lente e ineluttabili grigie quinte fumose che avvolgono i fianchi della valle, cercando di oscurare il cielo. Saliamo con calma lungo la strada e poco prima della casera, ci inoltriamo lungo il solco tra la Creta di Mimoias e la Cresta di Enghe. Sfioriamo le erte pareti di Mimoias, mentre si perdono nelle nebbie che ne avvolgono le creste. Il sole diventa, pian piano,  un ricordo ed entriamo in una lunga stanza dal soffitto grigio, che accarezza le punte dei larici. Gli aghi dorati del primo autunno regalano la luce che le brume sembrano voler togliere ai passi di chi si avventura verso passo Mimoias.








La Val Frison appare sotto di noi, solitaria e velata, mentre percorriamo il traverso che ci conduce a Passo Oberenghe. La nostra meta si erge possente, forzando l'assedio dei vapori che salgono dal profondo del bosco. La cima è libera. Caliamo di poco in Val di Enghe, e imboccando un'evidente traccia, ci immergiamo nella luce calda di metà mattino, approdando alle erte coste della Terza Grande.




Il sentiero si arrampica ripido tra gli ultimi scampoli di prati, fin tanto che questi cedono la scena alla nuda roccia. Iniziamo a salire lungo una variegata sequenza di cenge, canali e pareti rocciose, sotto giochi di luce e ombra che le nuvole creano tutto intorno a noi. La via di salita è sempre logica ed evidente. Senza difficoltà arriviamo al punto chiave della salita: poco sotto la cima un breve camino, attrezzato con un cavo penzolante, cerca di opporre l'ultima difesa alla vetta. Superatolo senza preoccupazioni, guadagniamo la cengia ghiaiosa che ci accompagna alla croce in cima.









L'assedio delle nebbie ha il sopravvento, portato con forza da tutti i versanti, e a noi non resta che l'attesa di un'apertura, di uno scampolo di panorama. Il silenzio grigio ci avvolge, sembra voler giocare, illudendoci di regalare una briciola di colore. Ci accontentiamo di qualche ritaglio di veduta sulle cime vicine, in un continuo ribollire di nuvole.





Il vento freddo ci induce a intraprendere la discesa. Ritorniamo sui nostri passi lungo le crode, ripercorrendo cenge e canali, con l'occhio che segue il panorama in continua mutazione. Oberenghe ci offre una sosta tiepida sotto un sole timido, sospesi sopra la sonnecchiante Val Frison. 




Riprendiamo il cammino e ripercorriamo il sentiero verso la Val Pesarina. Un sipario grigio, freddo e umido è calato su passo Mimoias. 


Le ombre dei larici ci accompagnano lungo la discesa, mentre le pareti sfiorate al mattino ci restano ancora sconosciute. Scendiamo ancora verso il sole che ora illumina il fondovalle. Ritroviamo le lande spoglie di Vaia mentre, sopra di noi, le cime restano perse nelle nuvole.



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