Una chimera! Questa potrebbe essere la parola che descrive questo percorso, che, come una lusinga, di tanto in tanto si riproponeva lungo la mia vita alpinistica. Ne sentii parlare la prima volta da Mariano, avrò avuto sedici anni, che me lo indicava dalla cima della Cridola: appariva a tratti, come un miraggio, emergendo dalle nebbie che salivano dalla Val Cridola. Mi raccontava di cenge a precipizio sul vuoto, di passaggi "da camoscio", e di ghiaie infide che con spensieratezza si lasciavano cadere verso il fondovalle, rendendo il passaggio difficile ed effimero.
Ricordo che la vista si chiuse con uno sbuffo grigio che risucchiò la cima, e noi scendemmo lungo cineree traccie. Giunti a forcella Scodovacca il castello incantato della Cridola era avvolto da nebbie fumanti.
Quest'aura oscura si mantenne negli anni. Parlandone c'era sempre questo sentore di precarietà, di una instabilità fisica che poi ne portò anche all'inagibilità ed alla chiusura. E all'oblio.