Nessuna preghiera, nessun credo, rendono l'uomo più devoto quanto la solitudine d'un bosco che stormisce al vento, o la libera vicinanza al cielo sulle vette dei monti
Julius Kugy

giovedì 26 maggio 2016

Lussari, 1949

Le vite lasciano dietro di se montagne di immagini, di storie, di emozioni. A volte si perdono nella nebbia che avvolge i ricordi lontani, a volte riemergono, riportando a galla lontane memorie, racconti scaturiti dalle domande di occhi curiosi.

In mezzo ad alcune foto che mi diede mia nonna materna Liliana, accompagnate da un "se ti plasin tenlis tu, ma tenlis di cont", c'era anche una vecchia cartolina del Monte Lussari. 
Il bianco e nero raccontava di anni lontani, di un mondo stravolto da avvenimenti importanti che sconvolsero le vite di chi quegli anni li aveva vissuti.
La cartolina era stata spedita da mio nonno Gabriele alla sua Liliana: era il luglio del 1949 e un giovane scriveva alla ragazza che amava un semplice "Con affetto, Gabriele". non erano gli anni degli smartphone ne delle email. E neppure della facile mobilità di cui possiamo godere oggi.
L'ho guardata più volte in questi giorni.
Da quando quel malloppo di foto di famiglia è uscito da quel comodino da dove si era rintanato. Dimenticato da una decina d'anni, all'improvviso mi ha restituito un carico di memorie.
Credo fosse un martedì. L'anno il 2000 o il 2001. La sera passavo un paio di volte a settimana a salutare i nonni e a scambiare due parole prima di tornare a casa dal lavoro. Quasi sicuramente un martedì, perchè era a inizio settimana che con mio nonno parlavo di montagna. Mentre si beveva un bicchiere di vino in cantina, mi chiedeva delle avventure, sempre pericolose ai suoi occhi, che mi impedivano di frequentare la chiesa la domenica. Ascoltava un mondo a lui distante ed incomprensibile.
Mi ricordo che la salita alla Cima Cacciatori gli interessò in maniera particolare. Lo riportò indietro di mezzo secolo, alle sue avventure giovanili. I primi anni del dopoguerra, una combriccola di giovani uniti dall'amicizia e dalla condivisione di quel poco che offriva la vita in un Friuli ancora arretrato e un giovane cappellano che vive ancora nella memoria di chi lo ha conosciuto, Don Fausto Lucis.
Anni in cui "vacanza" era una parola senza grandi significati per i ragazzi del tempo. C'erano i campi, la stalla. Ci si trovava per suonare nella banda paesana o per cantare in chiesa.
E poi c'erano le gite con il cappellano. 
Vere spedizioni per quei tempi. Come quella volta della salita al Monte Lussari.
"Non sapevamo neanche dove fosse, siamo partiti dopo aver fatto i lavori nella stalla e inforcate le biciclette siamo partiti a metà mattina alla volta di Moggio, dove abbiamo dormito in un fienile che il prete di Moggio ci aveva fatto mettere a disposizione. L'indomani dopo aver fatto colazione con uova e latte siamo partiti alla volta di Malborghetto".
Le strade ovviamente non erano quelle di oggi, e neanche le biciclette.
Arrivati a Malborghetto un altro fienile li attendeva e la cena: "quel povero prete aveva tanta di quella miseria che resto a mangiare pane, salame e formaggio con noi, e non disdegnò neanche il nostro clinto".
Ricordo come ora il piacere di sentire mio nonno raccontare di queste avventure estreme.
"Il giorno dopo il pretino ci porto pane e latte, e in cambio si porto via un pò di salame e formaggio, noi avremmo avuto qualcosa da ridire ma Don Fausto ci disse che "ca sù a mangjn pan e miserie" e di star felici che saremmo saliti più leggeri al cospetto della Vergine"
Non ricordava molto della salita, presumo avvenuta per l'attuale sentiero del Pellegrino, ma ricordava felice le pareti rocciose che gli si erano parate davanti guardando l'orizzonte dal Santuario,
"vatu su par chei crez ancje tu?
Dopo messa mangiarono dai frati, facendo colletta per prendere un fiasco di vino "eh! i fraris, savevin fa afars" e con le poche lire che aveva in tasca un pensiero per la sua Liliana.

2 commenti:

Luca De Ronch ha detto...

Bellissimo racconto, bravo. Ai tempi di internet, cellulari e social network che allineano e annientano tutto e tutti è molto bello leggere queste storie vere ....... continuiamo a scrivere, che fa bene !!!!

Mandi

Anonimo ha detto...

Davvero bello…il respiro delle storie antiche, di vite passate (vite vere)…l’importanza del ricordo, perché anche ciò che non abbiamo vissuto possa essere sempre parte di noi.
Continua a raccontare così, Luca.
Un saluto a Nadia, laura